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Archivio delle Categorie: Yoga e Mistica

Per spingersi dove lo Yoga congiunge l’essere al divino, riscoprendo la propria natura più intima, alla ricerca di trascendere il fenomenico.

Il canto del maha-mantra

Ormai è risaputa l’influenza che i suoni e, in generale le vibrazioni, hanno sulla nostro corpo, sulla nostra psiche e sulle nostre emozioni.  I mantra sono antiche vibrazioni che hanno un enorme potere benefico su ogni aspetto dell’essere. Questi sono capaci di riequilibrare le energie interne, di creare una felicità profonda e di sboccare delle situazioni – psichiche e sociali – in cui siamo incarenati.
Etimologicamente mantra significa qualcosa che libera(traya) la mente(manas) da tutto ciò che per noi è indesiderato: stress, paure, attaccamenti morbosi, ignoranza, superficialità, e così via. Una mente placida e rilassata ci consente di vivere la vita appieno.
Il principale mantra che canteremo si chiama ‘maha-mantra’. ‘Maha’ significa grande. I Veda, gli antichi testi dello yoga, insegnano che nel maha-mantra sono contenuti tutti i mantra, compresa la sacra sillaba Om.
Il maha-mantra è composto di 3 parole che vengono ripetute con un ordine particolare. I profondi significati delle parole e il perchè della particolare successione delle tali sono delle argomentazioni molto esoteriche che richiedono un particolare approfondimento. In questo breve testo ci limitiamo ad alcuni dei significati. Prima di tutto i tre nomi che vengono ripetuti nel maha-mantra sono: Hare, Krsna e Rama. Sono nomi che invocano la Realtà Assoluta e in paricolare il Suo aspetto personale, proprio come l’Om invoca il Suo aspetto impersonale(che è comunque compreso, come abbiamo detto, nell’aspetto personale). Hare è l’energia di Compassione, è l’energia dell’Amore, il sublime sentimento che vogliamo abiti nel nostro cuore. Krsna è il Sublime Fascino, tutto ciò che è bello è un Suo riflesso, una Sua parte. Rama è la Sorgente di ogni piacere, di tutto ciò che ci soddisfa. Nel maha-mantra è detto che è presente tutto, proprio perchè c’è l’Amore e l’Oggetto dell’Amore. Recitandolo e cantandolo entriamo anche noi in gioco diventando i soggetti che amano. A seconda del nostro livello di coscienza il nostro amore sarà più o meno puro – più o meno limpido o distorto. Attraverso la pratica spirituale ci purificheremo per rendere l’amore Amore, ovvero puro, ininterrotto e incondizionato. Allo stesso modo, a seconda del nostro livello di coscienza, considereremo un oggetto sul quale indirizzare i nostri desideri e i nostri sentimenti. Può essere il denaro, il successo, la fama, una posizione sociale o lavorativa, un partner e così via. Perchè questo? Perchè desideriamo bellezza(qualcosa di bello o essere belli) e piacere. E man mano che la nostra comprensione aumenta cercheremo la fonte di questa bellezza e di questo piacere. Cercheremo Krsna e Rama. E invocheremo questi mantra. Ma per avere Krsna e Rama è necessario che il Divino si riveli, mostrando la Sua infinita compassione: Hare. Per questo motivo, tutto ciò che cerchiamo e desideriamo profondamente è all’interno di questo mantra millenario:
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HARE KRSNA HARE KRSNA
KRSNA KRSNA HARE HARE
HARE RAMA HARE RAMA
RAMA RAMA HARE HARE
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Il maha-mantra si può recitare o cantare in ogni istante. In questo modo ogni nostro momento verso il nostro successo sarà sublime.
 

Cosa lo yoga ti può dare

Lo Yoga Journal, sezione Russia, intervista a Mosca Radhanath swami. Il giornalista menziona il fatto che in occidente si pensi che lo yoga sia solo di carattere fisico tralasciando l’aspetto spirituale.

Segue la risposta di Radhanath maharaj:

“C’è un verso nella Bhagavad-gita: ‘ye yatha mam prapadyante tams tathaiva bhajamy aham’, che significa: ‘nel modo in cui approcciamo il Signore, il Signore reciproca in accordo’. Così in accordo con quello che vogliamo possiamo limitare noi stessi a quello che otterremo. Allo stesso modo, nei Veda, il principio dello yoga include ogni aspetto della vita.  L’idea è che abbiamo un corpo, una mente e un’atma, una forza vitale. Yoga significa armonizzare questi tre aspetti perfettamente, così che i nostro corpo e la nosta mente siano in armonia con la nostra forza vitale. Ci sono aspetti dello yoga per ottenere buona salute e forma fisica. Se questo è tutto ciò che vuoi allora sarà quello che otterrai. Se vuoi salute, forma fisica e in più pace della mente, se pratichi opportunamente allora questo sarà quello che otterrai. Ma se cerchi realmente l’aspetto spirituale dello yoga, che è in verità il reale fine dello yoga, cioè di riunire il corpo e la mente per essere in armonia con la forza vitale, l’anima, allora questo sarà quello che otterrai.”

“L’anima è sat, cid, ananda – eterna, piena di conoscenza e piena di beatitudine. Il vero fine dello yoga, come è presentato dai grandi maestri di yoga dei tempi antichi, è connetterci con la nostra natura eternamente beata. Pantajali, uno dei grandi fondatori della tradizione yoga, insegnava, ‘Ishvarapranidhana’, l’abbandono a Ishvara, una concezione molto personale di Dio – Dio inteso come causa di tutte le cause, sorgente di ogni cosa, sorgente dell’amore e della bellezza –. Questo abbandono verso Ishvara è la perfezione del samadhi. Così yoga significa realizzare la nostra eterna natura con Isvara, con il Supremo, e comprendere ahimsa (la non-violenza), il principio dello yoga contenuto nei yama e niyama. Ahimsa significa che noi capiamo la sorgente divina. Possiamo capire che ogni entità vivente ha questa stessa divina sorgente e che ogni essere è parte di Ishwara. Perciò dovremo onorare e rispettare e non causare violenza verso nessuna entità vivente”

“Così, in realtà, se vuoi un corpo sano, lo yoga è uno dei processi migliori e più completi per avere un corpo sano e in forma. Se vuoi pace della mente all’interno allo stress di questo mondo di sfide, lo yoga ha uno dei sistemi più scientifici per dare pace e stabilità, liberandoci dallo stress.  Ma il reale fine di tutte queste cose è farci strumenti d’amore e pace, e di connetterci alla nostra atma, la nostra forza indistruttibile. Perchè, alla fine, per quanto in forma il nostro corpo possa essere e per quanto sia pacificata la nostra mente, se il nostro corpo muore, lo yoga ci può portare al di là di nascita e morte, alla nostra natura eterna. Questa è la bellezza e la gloria del sistema dello yoga. Ci può portare a quel punto. Nel sesto capitolo della Bhagavad-gita, che descrive il sistema dell’Ashtanga Yoga, Krsna conclude: ‘yoginam api sarvesam mad-gatenantar-atmana”. Di tutti gli yogi, colui che serve il Supremo Signore con amore e devozione, con profonda fede e realizzazione, è il piu intimemente unito a Lui nello yoga ed è il più elevato. Così questa opportunità è qui: essere uno strumento delle benedizioni di Dio o Krsna e davvero portare un cambiamento al mondo.”

(tratto da http://www.radhanathswami.com/)

 

Strano a dirsi: Molto meglio atei che religiosi fideisti fanatici!

Coloro che si definiscono atei, spesso – per esperienza personale – hanno dentro di sé intatto il seme della ricerca o addirittura coltivano, a loro modo, la loro coscienza nutrendola con una buona morale, una via etica, un senso di giustizia. Anche se dicono che non credono in Dio, agiscono come se qualcuno li stia osservando, come se percepissero il Dharma, la legge etico-universale. Questa è una buona base per iniziare un cammino mistico. Un sincero e personale cammino di ricerca, che in seno implica il desiderio di una scoperta – e non la muta accettazione.

Ma il religioso fideistico fanatico(RFF), incappa in tre principali incomprensioni.

Da una parte confonde la conoscenza dei dogmi e delle regole del suo cammino con le pure e sincere realizzazioni. Ma sapere col cervello non significa aver realizzato. E realizzare significa penetrare l’essenza dell’insegnamento e comprenderne l’universalità. La realizzazione illumina e crea unione. L’ignoranza divide, crea muri e ostacoli.

Il RFF purtroppo urla più forte dei ricercatori spirituali. Predica il suo dogma a voce alta e secondo schemi prefissati. Ma queste urla non servono tanto a farsi sentire, ma servono a lui stesso, per non sentire i propri dubbi. Dubbi che il proprio intelletto recrimina, dogmi e accettazioni nozionistiche di cui il cervello richiede spiegazione. Il RFF attira altri simili, perchè altre persone dotate di più fine senno ne stanno piuttosto alla larga. Il RFF quando convince qualcuno delle ‘sue’ idee sente in sé aumentare la fede, quando qualcuno non accetta ciò che lui ha accettato sente che sua fede prende degli scossoni. Perchè in una parte nascosta del suo cuore c’è un dubbio crescente che invece di essere curato, viene ignorato. Il sincero spiritualista è contento nel vedere una persona che avanza nel cammino spirituale ed è triste se un’altra invece momentaneamente retrocede, ma in questa sentire la propria fede ne cresce ne diminuisce. Perchè è stata costruita sulla ragione, sul discernimento e su tante piccole e preziose realizzazioni.
La seconda incomprensione, secondo quanto detto, è credere che l’accettazione – più o meno cieca o, un gradino più in alto, più o meno esclusivamente nozionistica – equivalga ad avere fede.

La terza incomprensione è credere che escludere la possibilità che esistano altri cammini, rispetto al suo, che siano altrettanto validi sia sinonimo di integrità dei propri valori religiosi. Il RFF crede che solo il suo cammino sia quello giusto – quindi di conseguenza lui è dalla parte del bene – e che tutto il resto della popolazione mondiale che non abbraccia il suo stesso credo ( e a volte anche quelli che, pur abbracciandolo, si discostano da una visione fideistica e fanatica) sono nell’illusione totale. Il RFF è un ‘politeista’ mascherato da monoteista. Crede che solo il ‘suo’ Dio sia il vero Dio e che tutti gli altri ‘Dio’ che le altre filosofie contemplano siano falsi dei o addirittura manifestazioni del male. Nei dialoghi interreligiosi fa discorsi del tipo: “il mio Dio dice…. cosa dice il tuo Dio?”.
Il mistico sa che la Realtà Assoluta è una solamente. Questa si manifesta, con un atto di amorevole compassione, in differenti vesti, con differenti linguaggi, in differenti periodi storici, solo al fine di essere più facilmente compresa da tutte le genti. La vera integrità spirituale sta nel capire qual’è l’essenza del proprio cammino (e tutti i saggi concludono che l’essenza è un qualcosa che accomuna tutti gli esseri – che dire di tutte le religioni?! – nella profondità nel cuore, e non qualcosa che crea distinzioni e conflitti sulla base di fattori esteriori e di superfice come sesso, cultura, lingua, rituali, credo, …).

Per concludere scriverò qualcosa che è inaccettabile per alcuni.  L’essenza del Vangelo, del Corano, della Bhagavad-gita, l’essenza di ogni serio cammino spirituale può essere riassunta in due semplici-a-dirsi punti. Due punti che contemplano la presenza e la soddisfazione dell’Amore. La ricerca dell’Amore per Dio, alla scoperta della sua bellezza e del suo fascino. E l’Amore rivolto verso tutti gli esseri viventi sotto forma di comprensione e compassione.

Perchè non vedersi, allora, da una prospettiva più ampia e profonda.

Perchè non iniziamo a vederci, a dialogare e ad apprezzarci così come siamo: come pellegrini in cammino in questa vita, alla ricerca di questi due tesori?

(Pierpaolo Marras)

Diritti Riservati

 

Mirabai – poetessa mistica

Mirabai, (sanscrito मीराबाई), a volte chiamata anche Meera o Meerabai (Merta, 1498 – 1547), è stata una poetessa e mistica indiana del periodo Moghul.

Vieni, Amato Signore

Concedimi il tuo darshan[la tua visione]

Lontano da te

Non posso più vivere.

Come un loto senz’acqua,

Come una notte senza luna,

Sono io la tua diletta

Senza di Te, o Signore.

Io vivo del ricordo del tuo Nome.

Il mondo mi deride, o Signore dalla carnagione celeste, [Krishna ]

A causa del mio amore per te.

Alcuni mi chiamano pazza.

Altri pensano che ho portato tutta la mia famiglia alla rovina.

Alcuni dicono che io sono come il profumo dell’incenso,

Assorta nel Nome dell’Amato.

Affilata è la lama della mia devozione

Sì da recidere il cappio della morte.

O Signore di Mira tu innalzi le montagne.

Tu mi affoghi nell’oceano del tuo Nome.

In fondo al mio cuore il tuo Nome ha trovato riposo.

Per il tuo amore, o Unica Bellezza,

Sono costretta a sopportare le calunnie del mondo.

Alcuni mi lodano perché ti amo,

Altri dicono che ho infamato il nome reale che porto.

Oh! sono ebbra del nettare del tuo Nome,

Incurante degli insulti degli stolti.

Seguire il sentiero della devozione è come

Camminare a piedi nudi sulla lama di un rasoio.

Eppure ci cammino volentieri.

Poiché, dice Meera, beato è colui

Che si è tuffato nell’oceano di nettare del Suo Nome.

Un tale amore

non lo devi lasciar sfuggire mai.

devi dargli tutto – corpo

cuore, ricchezza – devi farlo

abitare dentro di te,

e guardando nel suo viso devi bere

la felicità dai suoi occhi,

e farlo diventare come vuole,

e sia segno di una tua

fortuna impareggiabile.

Loto senz’acqua, notte senza luna,

Senza di Te la vita è senza senso.

Passo la notte sempre più turbata,

Questa Tua assenza m’accorcia la vita.

Di giorno non ho fame, la notte sonno,

La bocca non sa esprimer tanta pena:

Con chi parlare? Nessuno più m’ascolta.

Vieni, ritorna, estingui questo fuoco.

Signore interno, perché così mi schianti?

Vieni e dal dolore liberami per sempre.

Fui Tua serva per tante vite anteriori,

Solo Te amo, Amore, divino Amante.

(Mirabai, La Padavali, a cura di GG Filippi, Venezia, Cafoscarina, 2002.)

 
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Pubblicato da su agosto 24, 2011 in Yoga e Mistica, Yoga e Poesia

 

La vita è un Lila

Spesso, una volta che ci si adopera nel cammino spirituale, benché ci siano una serie di concezioni spiegabili o comunque logiche nella trattazione filosofica riguardante le componenti di materia e spirito, ogni tipo di ragionamento razionale ruzzola di fronte ad alcune domande.

Una di esse è: “Ma perché siamo finiti in questo Universo materiale?”.

Ad esempio, a un certo punto riconosciamo in noi di aver inteso quale possa essere lo scopo della vita umana. Essa è fatta di gioie e sofferenze. Di azioni compiute e di reazioni appropriate. Del velo di illusione che ottura le nostre percezioni primordiali composto dalle tre influenze materiali (Passione, Virtù ed Ignoranza), che ci attraggono verso il compimento di una serie interminabile di azioni. E ad un certo punto capiamo che solo quelle compiute in Virtù e per una Causa Superiore, Dio, ci danno la percezione pura di noi stessi e il Vero controllo della nostra essenza, la nostra “anima eterna”.

Ma qualcuno potrebbe ancora chiedersi: “Ma come mai questo percorso di purificazione? Come mai se sono eterno sono potuto cadere in questo Universo, che ha in sé leggi così severe da non essere per nulla desiderabile a un essere che in sé ha già Conoscenza, Felicità ed Eternità?”.

La Conoscenza biblica ci parla del famoso giardino dell’Eden, da cui Eva raccoglie il famoso frutto proibito, quello della Conoscenza del bene e del male. Ma sembra che l’uomo e la donna a questo punto fossero già su un piano materiale, in quanto Dio sembra non prendere personalmente parte ai piaceri di questo Giardino, come invece i Veda sostengono a proposito del piano trascendentale.

Infatti questo Giardino dell’Eden è spesso definito “Paradiso Terrestre”. Insomma pare che Adamo ed Eva fossero già manifestazione materiale, quindi tale caduta deve avere origini ancora più antiche.

Un Maestro autentico, un’anima realizzata, risponde all’interrogativo sull’origine della nostra caduta in maniera molto serena: “Quando si raggiunge la consapevolezza di ciò che si E’ e del proprio Sanatana Dharma, “l’eterno servizio a Dio”, questa domanda svanisce, perde semplicemente di significato”.

L’unica risposta valida che un Maestro realizzato può fornire a chi in qualche modo la pretende, poiché costui non ha un grado di comprensione sufficiente, è questa: la vita è un “Lila”.

Lila è una parola sanscrita che in termini sacri definisce i “passatempi o divertimenti divini”.

Quindi di per sé non ha un particolare significato, né una caduta paragonabile a una esplicita ribellione come quella di Lucifero, ma solo un semplice gioco.

 

Visto che questo gioco si è fatto un po’ troppo “pesante”, tant’è che all’interno della spiritualità lo scopo è visto come “liberazione” da questo gioco, farò un esempio molto semplice e intuitivo per spiegare come il “gioco” si è trasformato in “incubo” a causa di uno stato allucinatorio in cui è entrata la nostra coscienza a contatto con la materia. Sottolineo che questa è solo una chiave di lettura per interpretare il fenomeno della vita in relazione all’Essere Supremo.

L’esempio riguarda un genitore che gioca con suo figlio. Ognuno può osservare questo comportamento con qualsiasi bambino con cui ci sia una relazione di affetto, come il proprio figlio, il fratellino o il nipote.

I due stanno giocando in un giardino e il genitore ha il figlio con sé, tra le sue braccia.

Gli da mangiare e da bere. Lui gradisce e si sazia.

Gli fa il solletico. Lui si diverte.

Lo prende sulle spalle e gli mostra il panorama. Lui è meravigliato dallo spettacolo che ha davanti agli occhi.

Lo porta al fiume e gli fa vedere le trote che saltano per risalire il fiume. Lui è divertito e meravigliato. La meraviglia è una sensazione molto forte che lo attrae.

Giocano ad acchiapparella e il genitore insegue il figlio. Lui scappa divertito e ogni qual volta il genitore sta per raggiungerlo accellera all’impazzata, sentendo un misto tra paura e divertimento.

Dopo un po’ che giocano il bambino è attratto sempre di più dal “brivido” e il genitore, per compiacerlo, prende una calza e la usa come marionetta. Il bambino si diverte a interagire con questa “mano parlante” ma il genitore ad un certo punto inarca giocosamente le sopracciglia e gli dice “Vieni..adesso ti mangio!”. Il bambino, che prima si divertiva un mondo, eccitato ma al tempo stesso sopraffatto dalla paura , reagisce in maniera inopportuna: prende una pietra dal prato e la tira addosso al genitore.

Il genitore è sorpreso, ma al tempo stesso comprensivo e cerca subito di spiegare che stava solo giocando. Il bambino sa che il genitore lo ama e dopo quell’attimo di paura torna da lui e lo abbraccia.

Ecco, ipotizziamo che il Nostro Padre Supremo volesse assecondare la nostra curiosità, e nell’esperire tutte queste cose, col passare del tempo, siamo entrati in una fase allucinatoria. In questa fase, che a noi sembra lunghissima ma in realtà è solo un attimo, Egli si maschera per compiacerci e farci provare nuove sensazioni da cui siamo attratti ma noi addirittura, presi da una paura ingiustificata, non lo riconosciamo! Quell’attimo in cui la paura ci attanaglia rinneghiamo l’Amore del Padre e ci comportiamo come se la nostra relazione non sia quella di Padre e Figlio, fatta di Amore reciproco. Così reagiamo.

Ma poiché nostro Padre ci perdona, tale fase passa e per fare pace con Lui ci basta solo tornare tra le Sue braccia :)

 

(Marco Sanna prabhu)

Diritti Riservati

 
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Pubblicato da su gennaio 13, 2011 in Yoga e Mistica

 

Per giungere…

« Per giungere a gustare il tutto, non cercare il gusto in niente.

Per giungere al possesso del tutto, non voler possedere niente.

Per giungere ad essere tutto, non voler essere niente.

Per giungere alla conoscenza del tutto, non cercare di sapere qualche cosa in niente.

Per venire a ciò che ora non godi, devi passare per dove non godi.

Per giungere a ciò che non sai, devi passare per dove non sai.

Per giungere al possesso di ciò che non hai, devi passare per dove ora niente hai.

Per giungere a ciò che non sei, devi passare per dove ora non sei. »

(San Giovanni della Croce)

 

Sulla Critica

L’argomento che trattiamo è molto interessante. È una delle tematiche fondamentali per il cammino spirituale di ognuno. È uno di quegli elefanti impazziti che può distruggere in un attimo la piantina dello Yoga, dell’unione, del congiungimento col Divino e con gli altri. Quello Yoga che stiamo cercando di costruire. Quella pianta che stiamo cercando di coltivare con la nostra pratica, coi nostri sforzi, con il lavoro che stiamo, più o meno, compiendo su noi stessi.
Questo elefante impazzito è, appunto, l’attitudine nel vedere falli, errori, difetti negli altri. Qualcuno chiama questa attitudine “critica”, vedremo come questa parola sia un termine con un campo semantico più vasto e ne daremo una definizione. Come ci insegna l’ottica della Bhagavad-gita metteremo questa parola nella bilancia dei Guna. Chi ha già esperienza della BG ha già l’occhio per fare quest’opera di discernimento, e distinguere ogni energia, ogni attributo sotto la categorizzazione dei tre Guna, le tre influenze della natura materiale, i tre modi portatori del campo psichico denso e sottile.
Ci sono moltepli esempi nei Veda che ci fanno vedere come persone sagge si siano poste nel confronto della critica. Ramachandra Puri e Mahaprabhu; Prakasananda sarasvati e Caitanya; Kasi e Harida thakur; Gadadara e Pundarikavidyanidi; Daksa e Siva; e così via.
Vedremo come comportarsi sia quando siamo criticati e qualcuno trova difetti in noi; sia quando siamo noi a trovare falli negli altri; e sia se vediamo che, ingiustamente, una persona viene intaccata o disturbata da qualcuno che trova difetti in lui, secondo il suo punto di vista.
Vedremo come comportarsi nel rispetto dei ruoli che noi abbiamo nei confronti degli altri, e che gli altri hanno nei nostri confronti.
È una tematica che da sempre riscuote grande importanza, dai tempi antichi a quelli moderni. Da sempre esiste. I Veda parlano in maniera molto dettagliata dell’argomento, sottolineano l’importanza di sviluppare una visione che, invece di vedere la negatività dell’altro, valorizza l’altro nelle sue qualità luminose e positive. Perché? Perché un “attivista dell’Amore” va a ricercare l’Amore, ha cura di far nascere e crescere l’Amore. A muovere e smuovere Amore.  Prima di tutto in se stesso attraverso l’attento esame che compie sulla propria persona, ma anche sugli altri. Vedere il lato negativo nell’altro significa dare importanza, dare energia e rinvigorire quel lato ombroso. Psichicamente accade che quel lato negativo si condensa maggiormente, diviene più evidente e in qualche modo ingabbia e identifica la persona in oggetto in quell’attributo. Questa condensazione, questa energia psichica che aiutiamo a creare diviene come un entità, come un fantasma che diviene sottilmente percepibile anche dagli altri. Ma questa è soltanto una proiezione che forziamo la persona a vestire.
Una gabbia in cui forziamo l’individuo a essere prigioniero e induciamo gli altri a fare lo stesso, rendendo difficile un superamento del problema, qualora esso ci fosse, qualora non fosse semplicemente una nostra relativa impressione.
Quando vediamo un lato luminoso invece, la persona si sente valorizzata e di conseguenza sentirà spontaneo il desiderio di mantenere quella stima e dunque di fare meglio. Quel lato luminoso dunque cresce e si espande.
Ci son vari punti di vista per trattare l’argomento. Iniziamo a vedere perché, da un punto di vista di evoluzione spirituale, questa tematica è molto importante per noi.
A chi pratica e vive un cammino spirituale e in particolare il cammino Vaisnava, il cammino della scuola di Caitanya Mahaprabhu. Per capire questo pensiero il modo più diretto è quello di studiare il Sistastaka, gli otto versi che ha personalmente scritto.
Il primo verso enfatizza il processo di purificazione dei lati ombrosi della psiche, attraverso l’utilizzo dei potentissimi Nama-mantra, dei “nomi divini”. Attraverso la recitazione e il canto.
Enfatizza come attraverso una fiducia iniziale sia possibile iniziare un cammino verso il raggiungimento del supremo Yoga, del supremo congiungimento col Divino, con la Natura e con gli altri.  Il cammino eterno, il Sanatana-dharma.
Nel secondo verso enfatizza come, all’interno di dei Nama-mantra le energie divine, le potenze divine, siano incarnate. Perciò attraverso l’associazione con queste vibrazioni, automaticamente ci associamo con il Divino.  E associandoci col Divino riscopriamo e rinvigoriamo le nostre qualità divine. Perché? Il Divino ci insegna come comportarci. Il Divino desidera ricevere Amore e dare Amore, ci vede come eterne personalità luminose. E la prima cosa che fa venendo in contatto con noi – quando ci vede proni all’avvicinamento, alla congiunzione e al desiderio di relazione mistica – è quello di valorizzarci. La prima cosa che accade quando ci mettiamo in risonanza col Divino e che ci sentiamo valorizzati, sentiamo di valere, sentiamo che la nostra vita ha valore, ha un senso.
Così riniziamo a scoprire quali sono le nostre parti eterne e luminose: che siamo entità che vanno al di là del tempo, della locazione spaziale e della circostanza psico-fisica in cui sono immerse.
E Caitanya Mahaprabhu, alla fine del secondo verso, dice “ma io sono così sfortunato che non ho nessun moto d’attrazione verso di Te, nella forma del Tuo santo Nome”. Alla fine del secondo verso si incomincia ad intravvedere il primo connotato fondamentale che permette di sviluppare la piena coscienza di avere l’associazione divina nella recitazione del Nome. Questa è l’Umiltà.
E il terzo verso è un condensato di quest’Umiltà. Essa è composta da differenti fattori. Il primo è un’umiltà d’essere. Sentirsi “più umili di un filo d’erba” significa mettere la propria identità, l’essere, in una situazione in cui ognuno, sotto un ottica spirituale, è superiore a noi. Questo è un modo di vedere Paramahamsa, una visione completamente realizzata. Ma in alcuni testi di traduzione del Sisastaka descrivono l’Umiltà come la conoscenza esatta della nostra posizione. Il Paramahamsa trascende i Guna,v al di là della percezione fenomenica. Perciò il santo sentendosi infinitesimo davanti alla visione divina, si sente piccolo come un filo d’erba.
Ma il Sisastaka da anche una soluzione per chi è in cammino ed è ancora soggetto ai Guna, immerso nel fenomenico. Umiltà allora significa sapere esattamente, lungimiranza e visione chiara, qual è la nostra posizione nel mondo e qual è la nostra posizione verso gli altri. Narada muni spiegò a Druva maharaj questo punto.  Dichiara che essendo posizionati in uno spazio dimensionale, esiste alto e basso, destra e sinistra. Cosa significa? Che nel nostro cammino di vita troveremo persone più elevate di noi,  persone risvegliate quanto noi, e persone che sono meno sveglie di noi.
Essere umili significa mettersi in questa scala e iniziare a discernere chi è più di noi, chi è pari e chi è meno. In modo di poter agire con discernimento, in modo coerente con i nostri valori
Immettersi in questa scala discernente non basta perché a seconda di come ci relazioniamo, con le tre categorie di individui che la nostra posizione crea, dipende la nostra evoluzione o la nostra involuzione.
Proprio nella diversità – vedendo l’altro è nostro specchio e dunque noi come riflesso nell’altro – che  possiamo propendere nell’enfatizzare le qualità altrui e dunque immetterci in una situazione che induce indirettamente la nostra evoluzione; oppure possiamo cercare di inabissare l’altro in modo che il nostro ego si senta falsamente valorizzato, per una subdola dinamica psichica. Abbassare l’altro ci da l’impressione di innalzare noi stessi se e solo se guardiamo dalla limitata ottica dei nostri egoistici desideri, ma per una visione ampia stiamo semplicemente cadendo vittime dell’illusione della relatività del nostro punto di riferimento immanente. Se l’altro è più in basso ci parrà di stare più in lato.
Lo scopo del terso sloka del Sisastaka è “kirtaniya sadah hari”. Nel secondo verso leggiamo “io sono così sfortunato che non ho alcuna attrazione per il Divino”, nessuna attrazione per la trascendenza. Ma l’umiltà porta a “kirtaniya sadah hari”, recitare costantemente il Nama-mantra, il nome divino. Ciò significa contemplare costantemente il Divino, essere immersi in una situazione divina, essere partecipi del regno spirituale, stare praticamente in una condizione di coscienza paradisiaca.
Dunque abbiamo visto un umiltà d’essere. La seconda caratteristica è la Tolleranza. Essere “tolleranti come un albero”. Pronti a dare, come l’albero da i suoi frutti a chiunque li colga, quindi pronti a valorizzare; inoltre pronti a dare rifugio a chi desidera accoglienza, ospitalità e comprensione; e infine inclini a sopportare attivamente, divenendo strumenti d’Amore e Compassione, le situazioni che possono apparire avverse. Un illustre Vaisnava ripete sempre che l’altezza di una persona è misurabile da quanto è capace di tollerare le situazioni avverse. È un punto molto importante.
A volte quando lo spiritualista maturo è direttamente preso in considerazione in una disputa non produttiva , ed è proprio lui il soggetto della critica, semplicemente tollera.
Oltre ad Umiltà e Tolleranza abbiamo un terzo punto “amanina manadena”:  bisognerebbe essere pronti a dare ogni rispetto agli altri, senza desiderare rispetto e onore come contraccambio.  Vediamo come questo passaggio sia proprio l’essenza del comportamento che si contrappone in modo netto e deciso alla critica distruttiva. Essere pronti a dare ogni rispetto agli altri nell’ottica della nostra posizione e nell’ottica dell’altri posizione. E in questa visione bisogna essere pronti a valorizzare l’altro. Essere pronti significa essere sempre attenti e sensibili nell’attuare questa valorizzazione. Sena aspettare niente in cambio, senza contare che gli altri facciano lo stesso. Lo spiritualista gode nell’innescare processi in cui l’Amore ristagnante si smuove, e spesso prima che questo riprenda a circolare in modo libero si incontreranno ostacoli, pregiudizi e barriere; bisognerà sconfiggere una forza inerziale. Lo spiritualista à pronto a farlo, perché trae piacere nel vedere che l’Amore circoli liberamente ed è pronto a caricarsi della responsabilità del pionere, del rivoluzionario e dell’anticonformista dello spirito. È un attivista dell’Amore, pronto a dare, senza farsi i conti in tasca: “se darò questo riceverò questo”.
Quindi nell’ottica del terzo verso del Sisastaka l’Umiltà è la chiave per potersi immergere in quella dimensione trascendente. Per questo da un punto di vista spirituale, questa tematica che stiamo trattando è molto importante per superare quelle ostruenti e stantie barriere dell’ego che ostacolano la nostra visione.
Ma ci sono vari altri punti di vista. Da un normale meccanismo psicologico se noi valorizziamo gli altri, automaticamente creiamo un circolo virtuoso per cui gli altri trarranno piacere nel frequentarci, proveranno gioia nel vederci e, poiché li valorizziamo, tenderanno a valorizzarci. Perché? Se noi impariamo l’arte di valorizzare, l’altro si sentirà compreso e deciderà di aprire il proprio cuore. Si creerà un amicizia più intima e empatica, basata sul reciproco sostegno. E anche se quest’unione non avvenisse, l’altro desidererà valorizzarci perché non appaia, agli occhi degli altri, superflua la nostra valorizzazione nei suoi confronti, ma anzi perché essa sia più forte perché detta da una “persona che sa il fatto suo”.
Se una persona si sente valorizzata darà il meglio di sé. Se possediamo un progetto, che sia un’azienda, la gestione di una casa, la famiglia, un amicizia, di un gruppo se le persone implicate sono contente e si sentono apprezzate ci sarà cooperazione e a lungo termine gli obiettivi verranno portati al successo. Se le persone in un qualsiasi gruppo sono contente, tutto il gruppo ne gioverà, altrimenti si creeranno dinamiche di arrivismo, di egoismo, di invidia e così via che rallenteranno o addirittura bloccheranno la missione.
Se le persone sono felici e si sentono valorizzate pienamente, si sentiranno parti importanti del progetto. E se c’è soddisfazione ci sarà continuità nel tempo dell’impegno per andare avanti e per superare gli ostacoli che si presenteranno.
Valorizzare l’altro è sempre produttivo. Sia se siamo noi a dirigere, sia se siamo noi ad essere diretti.
Perché allora accade che le persone si trovino a muovere delle critiche verso qualcun altro. Per vari motivi. Nel mondo dello spirito in cui l’Umiltà, la Tolleranza e il desiderio di offrire accoglienza sono delle caratteristiche naturali la critica distruttiva non esiste. Capiamo perciò che essa nasce da un moto dell’ego condizionato. Bhakti Tirtha swami diceva  che ogni persona  desidera ricevere amore e desidera dare amore. Ma a seconda  dell’incapsulamento del corpo sottile e del corpo denso, dell’essere immerso nel sistema corpo-psiche, questo desiderio viene filtrato e distorto. L’attitudine al donare comprensione distorta da una propensione deviata dal teocentrismo, ovvero il ruotare in coscienza attorno all’orbita divina, si sita in una visione ego centrata, diviene la propensione alla critica distruttiva. Essa appare come piacevole come appare attraente un’insignificante goccia d’acqua nel deserto, come il sollievo dato dal grattare una puntura di zanzara. C’è un certo piacere, o meglio l’idea di un certo sollievo.
Una motivazione l’abbiamo già accennata: abbassando l’antro desidero sentirmi superiore. Perché? Perché a mia volta voglio essere valorizzato, magari non ho fiducia nelle mie capacità. Ma questa richiesta risulta distorta. Non ho capito che solo valorizzando l’altro valorizzo me stesso.
Un’altra motivazione è che abbiamo un innato desiderio di parlare di altre persone. Questa propensione è archetipica e in realtà fa parte integrante della nostra identità spirituale. Nella dimensione trascendente un moto dell’essere è l’Hari-katha, ovvero la glorificazione del Divino, della dimensione divina, degli attributi divini, del divino nome e degli atti divini. Tutti coloro che sono entrati effettivamente nell’orbita teocentrica, che hanno accesso alla trascendenza, sono completamente innamorati di questa divina personalità centrale Hari, o meglio della coppia centrale, Radha e Krsna, che al massimo del possibile inscenano giochi d’Amore, in cui la valorizzazione dell’altro è l’unico perno portante.
In questo perenne innamoramento l’argomentazione principale ruota intorno alla figura divina e al servizio d’Amore che si può svolgere per valorizzare oltre il limite quell’atmosfera intrisa e gonfia di una felicità in continuo crescendo. Il parlare e ogni azione serve a creare ancora più Amore, ad amplificarlo attorno a questa centralità.
Abbiamo il desiderio di fare gossip, di parlare degli altri, proviamo un innato gusto per questo. Perché esso è intrinsecamente spirituale, ma lo viviamo in modo distorto a causa della nostra psiche ego centrata, dove tutto è in relazione con me, tutto ruoto intorno a me. In questa ottica gli altri diventano l’oggetto del nostro parlare e l’affossamento degli altri diventa il mezzo con cui troviamo piacere.
Ed è esattamente l’opposto del modello perfetto che abbiamo descritto e di cui i Veda ampiamente ci parlano, lasciandoci l’idea attraverso le immagini sacre.
Il mondo fenomenico e rappresentato nella Bhagavad-gita come un albero baniano rovesciato, riflesso sulla superficie di un lago. È l’immagine opposta, è la proiezione della perfezione trascendente. Dunque la stessa funzionalità della nostra archetipica essenza la troviamo distorta dalle onde dei Guna, increspata dai modi della natura materiale e allo stesso tempo distorta, nell’attitudine a parlare in modo inutile e distruttivo degli altri. Invece di valorizzare cerchiamo di affossare, questa è la principale distorsione.
Nel fenomenico, chiaramente, ognuno ha dei limiti, dei difetti e dei lati ombrosi. Per il fatto stesso che abbiamo un corpo limitato, dei sensi imperfetti, una psiche che può alterare la nostra visione della realtà e così via. Abbiamo delle modalità con cui ci esprimiamo, con cui agiamo. Abbiamo sicuramente dei limiti. Inoltre abbiamo delle caratteristiche che appaiono come difetti agli altri, ma che effettivamente non sono difetti ma semplicemente diversità caratteriali.
Una volta un amico, mentre stavamo parlando delle relazioni famigliari, mi disse saggiamente che aveva imparato a tollerare i difetti della moglie, sia quelli effettivi sia quelli che considerava come difetti, e che la moglie aveva imparato a fare lo stesso. Questo è molto interessante avevano imparato a tollerare quello che pensavano fosse un difetto dell’altro. Questo esempio ci fa aggiungere delle variabili in più al problema.
Non solo ci sono i difetti intrinseci dell’individuo, ma si manifestano anche le proiezioni dei difetti visti dall’altro. Una persona molto silenziosa messa affianco ad una persona che parla con un ritmo medio penserà di stare vicino ad un logorroico. Mentre una persona con una grande parlantina messa vicina ad una persona di media chiacchierata penserà quest’ultima noiosa. Ci sono difetti che notiamo in relazione ai nostri attributi. Una persona alta vicino ad una persona di media statura la guarderà dall’alto al basso, mentre quest’ultima guaderà dall’alto al basso una persona di bassa statura. È relativo, non è un difetto essere alto, basso o medio. Oltre ai connotati di tipo più oggettivo, esistono una serie innumerevole di connotati di tipo relativo.
Un famoso Vaisnava faceva notare come spesso persone appartenenti allo stesso gruppo si concentrino a criticare un altro componente del medesimo, mentre – seppur condizionato allo stesso modo – potrebbero parlar male o accanirsi verso l’esterno. Perché si tenta di affossare chi sta nella propria cerchia? Perché è proprio nel proprio ambiente – che può esser più o meno espanso – che si trova una dimensione in cui possiamo guadagnare falso prestigio. Perché è nel mio ambiente che desidero avere una posizione e perciò cerco di ottenerla abissando chi mi impedisce di essere nella posizione che desidero, chi spicca più di me o chi in qualche modo oscura la mia posizione, rendendola relativamente inferiore. Vogliamo essere notati, elogiati e valorizzati. Ma la legge della Natura, che con attenzione restituisce le azioni che generiamo nel mondo, non permette la nostra desiderata valorizzazione fintanto che non siamo noi a valorizzare l’altro. Ad ogni azione segue una reazione della medesima qualità. Questa è una legge fenomenica sottile.
Quando Narada mini parlò a Druva Maharaj gli spiegò che  in relazione all’individuo, in modo relativo, esistono persone che sono più elevate, altre che sono al medesimo livello e altre ancora che sono ad un livello evolutivo inferiore. E in relazione con queste si può avere un modo di agire luminoso oppure ombroso. Vediamo su più livelli la relatività della posizione di superiorità, uguaglianza e inferiorità: può essere relativa ad una condizione economica, sociale, di dinamiche di potere oppure riguardanti l’evoluzione in coscienza. Invece di provare invidia per una persona che ci è superiore, invece di competere con una persona che è nostra pari e invece di prevaricare su chi è inferiore alla nostra posizione; Narada muni spiega che è necessario concentrarsi sull’altra faccia luminosa della medaglia, perché è quella che fa evolvere noi e gli altri. Dovremo apprezzare,esser felici e imparare da chi è superiore perché ha raggiunto un livello a cui possiamo aspirare se ci mettiamo nella posizione di umili studenti; dovremo cooperare con chi è al nostro livello e creare amicizia, perché con l’amicizia si va più facilmente avanti; e infine dovremo con chi è in una situazione più bassa essere misericordiosi, pronti a dare aiuto e rifugio, in modo che la persona sia guidata a portarsi almeno alla nostra posizione. E se ci pensiamo questo è proprio il modo in cui desidereremo essere trattati dagli altri.
La critica può avvenire in uno di questi tre livelli e può manifestarsi da uno di questi tre livelli. Dunque abbiamo tre per tre variabili, abbiamo differenti combinazioni che potremo analizzare.

 (Premakumara das)

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Pubblicato da su novembre 19, 2010 in Yoga e Mistica

 

Chi siamo senza Amore?

“Anche se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, e non avessi Amore, diventerei come un bronzo che risuona… E se avessi (il dono della) profezia e capissi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza; e se avessi la fede, così da muovere le montagne, e non avessi Amore, sarei niente. E se offrissi tutti i miei beni per nutrire i poveri, e consegnassi il mio corpo
perché sia bruciato, e non avessi Amore, niente mi gioverebbe.
L’Amore è paziente e gentile; L’Amore non è invidioso, non è vano, non è orgoglioso; non si comporta indecentemente, non cerca se stesso, non è facilmente offeso, non pensa male. L’Amore non gioisce nelle ingiustizie, ma gioisce nella verità. L’Amore copre silenziosamente tutte le cose, crede a tutte le cose, spera tutte le cose, sopporta tutte le cose. L’Amore mai
sbaglierà, anche se le profezie saranno abolite e le lingue cesseranno di esistere…”

(Prima lettera ai Corinzi, 13:1-8)

(grazie della citazione a Valeria Bonsegna)

 
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Pubblicato da su novembre 12, 2010 in Frammenti di Pensieri, Yoga e Mistica

 

Religione Vs Mistica

Sai la differenza tra “religione di massa” e “mistica”?

La “religione di massa” è un semplice vestito, una maschera, un identificazione, una pacificazione sedativa di una coscienza che dall’interno dell’essere urla attenzione. Questa può generare bigottismo, fanatismo e superficialità nel giudizio. Marx la chiamava “oppio dei popoli”. Karl Marx, come alcuni invece pensano, non escludeva filosoficamente una realtà metafisica. Semplicemente non verteva la sua attenzione su di essa. La sua critica era mossa verso quella religione dell’apparenza che veniva utilizzata come mezzo di controllo. Marx non nega la mistica.

La “religione di massa” si perde nel ritualismo ed è spesso controllata da istituzioni, in cui si annidano nemici insaziabili, come il desiderio di potere, l’ambizione e lo sfruttamento. Il lato nero dell’uomo segue ogni suo atto, fintanto che non inizia a purificarsi attraverso un cammino mistico. Sia egli un politico, un capo religioso o  il leader di un’associazione.
Inoltre, la “religione di massa” è piatta e non prevede progressi di coscienza,  semplicemente è piena di riti che bisogna praticare, i più dei quali senza comprenderne il significato. Per il ricercatore questo aspetto non è affascinante, il vero cercatore desidera capire, conoscere e penetrare il significato più profondo.

Per questi aspetti molte persone non si addentrano all’interno di sé stessi.

Mentre il cammino mistico rimane silenzioso, riservato e segreto; la “religione di massa” è chiassosa, a volte volgare e superficiale.

Molte persone vengono “scottate” da questo fatto e perdono la loro fiducia in una possibilità alternativa al modello consumistico o anti-consumistico,  che la società materialistica ci propone. Hanno paura di essere sfruttate, di venire a contatto con una realtà settaria. Hanno timore che non ci sia niente di reale, che sia tutta un’illusione della mente. Perciò “buttano il bambino con l’acqua sporca”(d.p.).

Mentre la “mistica” è la ricerca dell’essenza, mossa da un profondo desiderio di andare oltre i propri limiti (e perchè no: andare oltre i limiti umani!). E’ il tentativo, pieno di meraviglia e entusiasmo,  di scoprire e innamorarsi della bellezza del Creato, del Creatore e delle Creature.
Questo genera la santità, la sapienza, la compassione e l’Amore. Ogni passo di questo cammino è pieno di nuove comprensioni e sempre fresche realizzazazioni. Ogni passo del percorso ci accorgiamo di evolvere, di divenire persone migliori, di superare i nostri limiti e trasformare in ruoli le nostre identificazioni.

Il percorso mistico è attivo, la religione di massa richiede un’accettazione passiva. Il ricercatore spirituale è un “attivista dell’Amore”,  prova a divenire “Amore in azione”.

Il cammino mistico non passa attraverso un’istituzione, bensì viene trasmesso da un mistico ad un aspirante mistico, da maestro a discepolo. Solo una persona che “ha visto”, che ha acquisito realizzazioni, può veramente guidarci a “vedere”. “Un cieco non può guidare un altro cieco”. Il ricercatore deve trovare il suo maestro e, affinchè ci sia una sana accettazione reciproca, deve coscientemente analizzarlo, vedere se egli “vede”, fargli domande e metterlo alla prova. Anche il maestro deve verificare che il discepolo sia sincero nell’intento. Non si deve avere fede cieca in un individuo, non c’è istituzionalità. Si deve selezionare il proprio maestro, senza avere fretta, ma sviluppando dentro il proprio cuore quella amorevole fiducia che permette di poter ricever il messaggio mistico. Si deve creare una relazione d’amore, di scambio e di servizio reciproco.

E’ molto interessante il paragone che si può fare analizzando l’etimologia delle due parole: Religione e Yoga.
“Religione” deriva dal termine latino “relìgio” che deriva (secondo l’interpretazione di Lattanzio, ripresa in seguito da Sant’Agostino) dal verbo “relìgare”, che significa legare e unire.
“Yoga” deriva dalla radice sanscrita “yuj-” che ha lo stesso significato: unire, connettere, legare.
Dunque entrambi i termini si allacciano alla stessa matrice e allo stesso obiettivo: connettersi alla propria natura originale e connettersi alle energie divine.

Ma è necessario prendere sul serio il cammino. Se decidiamo di essere pellegrini della vita dobbiamo provare a cercare l’essenza, e non c’è limite alla ricerca. Perchè possiamo andare sempre più in profondità, e più profondamente penetriamo e più avviene questo benefico congingimento.

Ogni cammino spirituale e ogni religione ha un lato “essoterico” e uno “esoterico”.

Il lato essoterico è quello esterno, esteriore, di costume, di usanze, di particolarità nel rito o nella pratica, di regole comportamentali.

Quello esoterico è quello interno, quello essenziale. L’essenza di ogni religione (come ci insegna l’esoterismo del Vangelo, del Corano, dello Srimad Bhagavatam) risiede nell’obiettivo di sviluppare (1)Amore verso il Divino, (2)Compassione verso ogni Essere Vivente e (3)Rispetto verso l’Ambiente che ci ospita. Questi aspetti li troviamo alla radice di ogni cammino mistico.

Il fedele della religione di massa si sofferma, si perde, si lascia abbindolare e confondere dal lato essoterico.

Il mistico brilla maggiormente di luce ad ogni passo che percorre verso l’obiettivo esoterico.

(Premkumar das)

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Pubblicato da su novembre 10, 2010 in Yoga e Mistica

 

Preghiera Semplice

Non è forse San Francesco uno Yogi mistico?!

Oh, Signore,

fa’ di me lo strumento della Tua Pace;

Là, dove è l’odio che io porti l’amore.

Là, dove è l’offesa che io porti il Perdono.

Là, dove è la discordia che io porti l’unione.

Là, dove è il dubbio che io porti la Fede.

Là, dove è l’errore che io porti la Verità.

Là, dove è la disperazione che io porti la speranza.

Là, dove è la tristezza, che io porti la Gioia. Là, dove sono le tenebre che io porti la Luce.

Oh Maestro,

fa’ ch’io non cerchi tanto d’essere consolato, ma di consolare.

Di essere compreso, ma di comprendere.

Di essere amato, ma di amare.

Poiché:

è donando che si riceve,

è perdonando che si ottiene il Perdono,

ed è morendo, che si risuscita alla Vita eterna.

(San Francesco d’Assisi)

 
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Pubblicato da su novembre 10, 2010 in Gocce di saggezza, Yoga e Mistica, Yoga e Poesia

 

Il Sé perduto si riconquista

Partiamo dal presupposto che noi abbiamo già perso lo stato di coscienza del sè. Da una piena consapevolezza piano piano è subbentrata l’illusione e la centratura nell’ego.
Ontologicamente l’Atma non è mai condizionata, ma poichè fa parte dell’energia “marginale” del Tutto, può essere partecipe della natura fenomenica – passeggera, caduca, transitoria, ombrosa e bagnata nella sofferenza – o della natura trascendente – immutabile, beata, lucente e piena di conoscenza -.
Il distacco è avvenuto solo sul piano della coscienza, in realtà l’Atma, il sè, è di natura immutabile.  Ha solo l’impressione di essere fenomenica e da questa idea illusoria scaturiscono gli schemi mentali che portano ad una identificazione con la materia – sia essa grossolana (corpo denso) o sottile (mente, intelletto, falso io).

Una volta raggiunto lo stato del sè questo non si perde. Esistono diversi livelli da cui ancora è possibile ricadere nell’illusione, ma quando il sè è effettivamente realizzato sperimentiamo la nostra vera e originale natura e la nostra  reale causa d’essere. Dal livello più alto di questa ricerca non si cade più, si sale e basta. Dico che si sale perchè l’Atma è di natura dinamica, di un dinamismo imperituro e ascendente. Dinamicità che a contatto con la materia diviene moto perituro e discendente.
L’arrivo è pieno di felicità conoscenza e eternità (sad-cid-ananda).

Ma se l’arrivo è così glorioso perchè non dovrebbe esserlo il cammino?
E infatti così è. Ogni passo che porta alla meta e all’evoluzione è pieno di “assaggi” della condizione di arrivo.
All’inizio sono assaggi sporadici, poi divengono più frequenti, fino a diventare la base di sentimenti trascendenti via via più intensi e variopinti. Per questo  è possibile toccare, di tanto in tanto, un raggio del sè e, man mano, gustarlo in modo più frequente.
Noi siamo lontani da casa da un lungo periodo. La fuga è  volontaria e graduale.
Tutto è nato dalla volontà di indipendenza dal Tutto cosmico che ci ha dato la possibilità di crederci un “tutto cosmico in miniatura”, un piccolo sole. Ma una lampadina non può splendere  come il sole e la sua luce  è poco e niente. Così ci possiamo accorgere, con meraviglia, di essere un raggio di un luminosissimo sole,  parte del Tutto.  Così possiamo sperimentare il fatto di acquisire significato solo in relazione alla Suprema Armonia, e non accontentarci più d’essere una lucina che al più illumina una buia stanzetta.

Persone eternamente realizzate a volte decidono volontariamente di entrare nel mondo fenomenico, ma ciò accade con una volontà differente da quella che spinge l’Atma condizionata ad entrarci.
Il motivo è la compassione e non l’invidia. La compassione verso gli abitanti egoisti del fenomeno, non il desiderio di essere il centro del creato. L’amore e non il desiderio di possesso.
Ma questi sono casi piuttosto rari..

(Bhakti-viveka das)

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Pubblicato da su novembre 5, 2010 in Yoga e Mistica

 

I benefici dei nama-mantra

Volevo condividere con voi un verso del Sikshastakam di Chaitanya Mahaprabhu (1486 – 1534), magnanimo Avatara, grande mistico e erudito del medioevo indiano. Scrisse di sua penna solo 8 versi in sanscrito (astakam) che nel seno contengono tutta l’essenza filosofica e esoterica della scuola (bhama-gaudya-sampradaya) da cui il Kirtan-yoga proviene. Sihsha significa insegnamenti. Quindi otto insegnamenti, di cui vedremo il primo che per il kirtanyoga, in modo pratico, è di particolare interesse. Esso spiega i benefici che procurano i nama-mantra.

ceto-darpaṇa-mārjanaḿ bhava-mahā-dāvāgni-nirvāpaṇaḿ
śreyaḥ-kairava-candrikā-vitaraṇaḿ vidyā-vadhū-jīvanam
ānandāmbudhi-vardhanaḿ prati-padaḿ pūrṇāmṛtāsvādanaḿ
sarvātma-snapanaḿ paraḿ vijayate śrī-kṛṣṇa-sańkīrtanam

Traduzione: “Innumerevoli sono le glorie del Sankirtan, il canto collettivo dei nama-mantra, perchè essi puliscono il cuore da tutta la polvere accumulata in anni, estinguono il fuoco della foresta in fiamme dell’esistenza materiale, e delle sue nascite e morti ripetute. Questo canto è la benedizione dell’umanità perchè si diffonde come raggi rinfrescanti della luna. E’ la vita e l’anima di ogni conoscenza mistica. Espande l’oceano della beatitudine e permette di gustarne il nettare, di cui siamo ansiosi, ad ogni passo e fin da subito.”

In questo breve verso sono enumerate 7 principali caratteristiche dei nama-mantra. Perciò possiamo comprendere sempre più in profondità perchè questi abbiano così grande importanza e perchè siano un fondamentale strumento del kirtanyoga, atto al raggiungimento della perfezione e del successo nei nostri obiettivi.

  • la pulizia del cuore dagli anartha(letteralmente ‘ciò che non è desiderato’), cioè dalle attitudini e abitudini indesiderate. Queste sono paragonate alla polvere che si accumula nel tempo.
    Il karma non crea solo reazioni, non si limita a creare fatti, accadimenti, ma modella il nostro stato psico-fisico, affinchè ci mettiamo nelle condizioni per cui i fatti succedano. Questa modellazione genera attitudini e queste attitudini comportamenti.
    Ogni nostro atto influisce sulla psiche ed è generato, prima come idea e poi come azione(karma), dalla mente. Gli anartha sono proprio i condizionamenti inconsci che ci spingono ad un’azione rispetto che ad un altra. Il nama-mantra fa pulizia, scioglie questi nodi, ci aiuta a districarli.
    Come per la cura dei capelli: se questi si intrecciano e si aggrovigliano pettinarli non serve più, provocherebbe solo eccessiva perdita e dolore, ma con l’unguento giusto questi nodi si ammorbidiscono e scivolano via così che il pettine possa fare il suo lavoro.
  • estingue il fuoco dell’esistenza materiale. I sensi sono paragonati al fuoco, perchè bruciano senza guardare l’entità del danno che essi creano. Questa metafora mostra come sia impossibile  estinguere l’impeto delle passionalità – come ingenuamente spesso si crede – alimentandole, pensando che prima o poi il fuoco sia soddisfato del combustibile. Ma più sul fuoco gettiamo benzina e più questo si ingigantisce e diviene famelico e ne brama sempre più. I nama-mantra come una fresca pioggia torrenziale placano e infine spengono questo incendio. E quando questo accade siamo liberi dalle catene. Liberi di essere liberi.
  • E’ una benedizione perchè è lo Yuga-dharma, ovvero il metodo di realizzazione di quest’era(yuga). Nella cultura vedicasi parla di un perpetuo ciclo temporala di 4 ere cosmiche, con andamento circolare. Un po’ come le quattro sagioni di cui abbiamo attuale esperienza, ma proiettate in una dimensione cosmica. Quest’era è chiamata Kali-Yuga, l’età del ferro, in cui -sfortunatamente- discordia e ipocrisia tiranneggiano ogni relazione umana.
    La benedizione del Kali-yuga è questo semplice canto -fortunatamente-, che permette di ottenere una veloce ecologia del nostro cuore.
  • Il fenomeno vibratorio che si crea si propaga e benefica tutto l’ambiente circostante, persone e cose, come la luna che rifresca nella notte le colture nei campi donando nuovo gusto agli ortaggi.
  • La conoscenza(cit) è una delle catatteristiche ontologiche dell’atma, sad-cid-ananda. Man mano che l’atma diviene manifesta, che la purificazione toglie la polvere dallo specchio della mente, le sue caratteristiche affiorano e diventano visibili.
    Ci accorgiamo di questo punto perchè attraverso lo yoga la nostra ricettività a tutto ciò che ‘va oltre’ aumenta e le nostre comprensioni divengono mano a mano più profonde.
  • Ananda, la beatitudine è un oceano in continua espansione. Liberando la coscienza dai grovigli dell’illusione, la nostra naturale predisposizione alla felicità verrà allo scoperto. Illusione in sanscrito si dice Maya, letteralmente “ciò che non è”.  Non perchè il fenomeno non esista, ma perchè i nostri sensi – per natura imperfetti e fallaci – non ci consentono di esperire la realta ‘as it is’, nella sua totalità.
  • consente di gustarne il nettare. Il gusto che si prova durante il cammino spirituale è paragonato al nettare(amrhita), fiele di una dolcezza sempre crescente. Un avventura sempre nuova. Ad ogni passo che facciamo verso il Vero, questo è contracambiato da mille passi del Vero verso di noi. E la vicinanza alla verità è fonte di una gioia sempre crescente. Ad ogni passo, in qualsiasi condizione ci troviamo, se ci applichiamo con serietà, fin da subito, possiamo gustare di questa gioia.

Spero che queste piccola spiegazione sia utile per il vostro percorso di crescita.

(Premkumar das)

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Pubblicato da su novembre 5, 2010 in Yoga e Mistica

 

Dove c’è scarsità di ideali, “serve” yoga breve

Una religiosità “sanguigna” come quella occidentale, dove il corpo e le sue richieste la fanno da padrona, ha da sempre delegato l’Attività Spirituale ai pochi Devoti Dedicati chiedendo al Fedele Ordinario momenti brevi di meditazione e preghiera. Quasi che i Devoti Dedicati fossero dei minorati fisici da relegare in luoghi seclusi. Perché tutta l’attività mentale delle persone considerate normali deve essere fisica. Ma tutto questo perché? Perché nei secoli la sopravvivenza prima e la disponibilità di risorse poi, hanno orientato l’essere umano a limitarsi al tangibile e al quotidiano. Nel mondo moderno, nello stress del mondo globale, la vita lascia insoddisfatti e la persona si sente inadeguata alle sfide incombenti. Inconsciamente, ma non consapevolente assetato di spiritualità cerca refrigerio in discipline confortanti, ma senza impegnarsi più di tanto. E adotta lo Yoga nella sua fase iniziale quella più a lui consona, quella materiale delle Asana. Tutto sommato è un bene, perché il vero Yoga, fatto di spiritualità è sovvertente e sovversivo in nazioni che si rifanno al Cristianesimo sulle Carte Costituzionali ma si ritagliano spazi enormi di violenza.

Sia interna che esportata. La compassione e la gioia non alloggiano nei nostri cuori. E allora limitiamoci allo Yoga fisico. Procedere nelle sue fasi più elevate ci porrebbe interrogativi etici con i quali il mondo del terzo millennio non è più in grado di confrontarsi se non dopo qualche bel genocidio.

(Giovanni David Canepa)

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Pubblicato da su novembre 4, 2010 in Yoga e Mistica

 

Cercare l’Essenza oltre l’Apparenza

Dalla conferenza di Radhanat Swami tenuta in Bologna il 10 Settembre 2009

Una cornice può rendere più attraente un quadro, e metterne in risalto, per contrasto, alcuni colori rispetto ad altri e, comunque, permette l’esposizione di quel particolare soggetto ad un pubblico altrimenti escluso. Così, con lo stesso effetto di condivisione, Bologna si è ritrovata ancora una volta arena di confronto, punto di incontro tra una sempreverde conoscenza millenaria – profonda, immensamente profonda – e l’attualità, la praticità quotidiana, il banale incedere degli interpreti del gioco della vita all’inizio del terzo millennio.

E come meglio approcciare questo doppio connubio – fra oriente e occidente, fra tradizione e attualità – se non immergendoci dapprima nella tradizione del luogo storico che ha ospitato la nostra natività, per fare il primo passo in una sacralità più nota, più familiare, per poi immergerci in un canale eterno, omni-pervasivo e omni-comprensivo al di là delle più sottili identificazioni dovute a luogo, tempo e circostanza.

La storica sala del Baraccano, affrescata con dipinti della tradizione sacra cristiana, ha ospitato gli investigatori di quest’era: chi curioso, chi in cerca di qualcosa di più, chi per caso.

In questo scenario fatto di luoghi, di corpi e di menti alcuni fortunati individui si sono incontrati per alimentare quel ricordo; nessuno era lì per caso e nessuno è tornato a casa senza aversi riempito le mani.

Il Centro Culturale Vaikuntha, che si pone come obiettivo la valorizzazione dell’individuo attraverso la saggezza dello yoga della Bhakti, ha amabilmente organizzato questa possibilità: uno scorcio di luce, di piccolo diametro, per le contenute ma crescenti sue capacità, e esteso in profondità, grazie alla presenza di saggezza di Sri Srimad Radhanath Swami Maharaj.

L’obiettivo di questo piccolo articolo è quello di mettere in luce sinteticamente, due delle tante tematiche trattate durante questo incontro, senza la pretesa di poter riprodurre lo stesso spirito e la stessa atmosfera creata dalla Sua presenza. Una santa presenza per consapevolezza e comprensione.

Ecco che Sri Srimad Radhanath Swami Maharaj(RS) ha esordito raccontando un episodio autobiografico, come descritto nel suo nuovo libro dal titolo A Journey Home.

Siamo nel ’70, RS ha circa 19 anni, e dopo aver viaggiato dall’America all’India – tra avventure, autostop e realizzazioni spirituali – decide di vivere come un sadhu alle pendici dell’Himalaya, dove fa la conoscenza di tanti santi, saggi e maestri.

Durante il suo soggiorno vicino a Rishikesh, gli accadde, di passare per un ponte sospeso sul Gange e di accorgersi di essere giunto in un lebbrosario, dove vivono centinaia di persone in completa povertà.

Appena questi lo vedono, notando la sua pelle bianca, lo attorniarono chiedendogli “bakshish”, “ bakshish” (elemosina) e facendosi sempre più oppressivi lo palpeggiano per cercare del denaro, senza risultato.

Ecco che RS ha una parte di se che prova un senso di ingiustizia (perché deve capitare proprio a lui?), da un’altra ha paura perché la lebbra è molto contagiosa, un’alta parte invece prova compassione per l’enorme sofferenza che provano quelle persone.

Le quali, dopo una ventina di minuti questi si accorgono che RS vive come un mendicante e non ha altro che i suoi vestiti. Allora si allontanarono e si disperdono velocemente nel bosco. Ancora sconvolto RS prosegue per la strada che ha intrapreso e incontra una vecchia signora lebbrosa in uno stato avanzato, che lo guarda negli occhi con compassione intensa. Ella aveva avvertito la confusione e la sofferenza che RS aveva provato in quella mischia, e desiderava dargli amore e consolazione come una madre.

RS capisce il suo sentimento, comprende che il cuore di quella donna desidera ardentemente, quasi mendicando, la possibilità di poter dare amore. Dunque le si avvicina e lei poggia la mano priva di dita sulla testa di RS e dice ripetutamente in Hindi: “Che Dio ti benedica, figlio mio”.

La donna piange in estasi, il suo volto è luminoso e quella luce va al di là della malattia, va al di là della designazioni e RS può vedere la persona più bella che abbia mai visto.

Prova cosa significhi la gioia di dare.

Tornato al Gange capisce che il prezzo pagato passando per quella mischia è niente in confronto a quella comprensione e a quella visione che avuta alla fine.

Si siede a meditare sull’accaduto e guarda il Gange, di cui può vederne solo l’incresparsi della superficie. In realtà il Gange è molto profondo e sotto ciò che è visibile ci sta tutto un mondo di pesci, vegetazione e paesaggi.

Così è anche la vita. Raramente ci sforziamo di conoscerne la profondità: la superficie di quella donna era la malattia, ma l’interno ospitava un meraviglioso desiderio di amare.

Ogni situazione può essere un occasione per accrescere la propria compassione, il proprio amore e la propria saggezza. Per varcare quella superficie penetrando l’essenza attraverso la comprensione.

Successivamente RS ha raccontato la storia, ambientata 700 anni fa, del discepolo che chiese al guru quali siano le qualità di una persona santa. Il guru lo mandò da un altro saggio dal quale giunse dopo un lungo viaggio e gli chiese la stessa domanda. Dopo sei mesi ottenne la risposta: “il santo, il saggio, è come il sale, è come un pollo, è come una gru e, infine, è come te”.

Il discepolo rimase basito e confuso della risposta, ma non ebbe ulteriori spiegazioni in merito e decise di tornare dal suo guru, al quale riportò ciò che aveva sentito. Il guru fu entusiasta della risposta e spiegò al suo discepolo punto per punto.

RS ha trattato l’analogia del pollo: il pollo va dove c’è sporcizia e spazzatura, con grande attenzione cerca i semi più nutrienti e con cura li seleziona e li mangia, scartando tutto il resto.

La persona saggia è colei che cerca sempre l’essenza.

Saggio è colui che vede la scintilla divina in ogni essere vivente, all’interno del corpo che non è nient’altro che un veicolo.

Uno dei problemi più grandi per la società moderna sta nel fatto che ci vediamo gli un gli altri in termini di corpo e di altre situazioni temporanee, e non in base alla nostra essenza spirituale: scintilla divina pura, eterna, amabile e amorevole nella cui dimensione siamo tutti fratelli e sorelle.

Nella dimensione del corpo nascono migliaia e migliaia di divisioni e conflitti. Mentre la natura dell’anima, dell’atman, è quella di Amare: amare il Divino e provare compassione per ogni creatura.

Anche nel Vangelo è detto che l’essenza di ogni comandamento è quella di amare il Divino con tutta la propria mente, con tutto il proprio cuore e con tutta la propria anima e amare il prossimo come se stessi.

Nel Bhagavatam: l’essenza di ogni cammino mistico è risvegliare l’amore per il Divino e aiutare gli altri a risvegliarlo.

Questa è l’essenzialità e perciò possiamo imparare molto da un pollo.

Se non ci focalizziamo sull’essenza ci aspettano grandi problemi, anche agendo nel nome di una fede o di un cammino spirituale.

Qualunque ruolo o occupazione abbiamo, in qualunque situazione siamo immersi possiamo scegliere come obiettivo primario il coltivare la nostra spiritualità, per scoprire quell’enorme tesoro d’Amore e condividerlo poi con gli altri.

Nella cultura Vaishnava ciò si attua attraverso il canto e la recitazione dei Nama-mantra, ovvero mantra che richiamano le energie divine, per risvegliare l’Amore nella scoperta della bellezza del Divino, della Natura e di ogni Essere Vivente.

Prima di concludere vorrei notare come alcuni argomenti erano già stati trattati nella conferenza di Bologna dell’anno scorso.

Ciò mi fa riflettere come debbano essere di rilievo le tematiche ritrattate se RS si è sentito di riproporle anche quest’anno, proprio come se in quell’energia, in quell’ambiente, in quella determinata situazione fosse stato nuovamente ispirato a ripetersi. E come nei versi sanscriti, quando una parola viene ripetuta più volte è per sottolinearne l’importanza, così le parole ripetute da un saggio non possono che seguire la medesima logica.

(PremaKumara Das)

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Pubblicato da su ottobre 7, 2010 in Gocce di saggezza, Yoga e Mistica

 
 
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