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Archivio delle Categorie: Yoga e Psicologia

Si parla di Yoga in relazione alla psiche e ai vcomplessi meccanismi della mente.

Cosa lo yoga ti può dare

Lo Yoga Journal, sezione Russia, intervista a Mosca Radhanath swami. Il giornalista menziona il fatto che in occidente si pensi che lo yoga sia solo di carattere fisico tralasciando l’aspetto spirituale.

Segue la risposta di Radhanath maharaj:

“C’è un verso nella Bhagavad-gita: ‘ye yatha mam prapadyante tams tathaiva bhajamy aham’, che significa: ‘nel modo in cui approcciamo il Signore, il Signore reciproca in accordo’. Così in accordo con quello che vogliamo possiamo limitare noi stessi a quello che otterremo. Allo stesso modo, nei Veda, il principio dello yoga include ogni aspetto della vita.  L’idea è che abbiamo un corpo, una mente e un’atma, una forza vitale. Yoga significa armonizzare questi tre aspetti perfettamente, così che i nostro corpo e la nosta mente siano in armonia con la nostra forza vitale. Ci sono aspetti dello yoga per ottenere buona salute e forma fisica. Se questo è tutto ciò che vuoi allora sarà quello che otterrai. Se vuoi salute, forma fisica e in più pace della mente, se pratichi opportunamente allora questo sarà quello che otterrai. Ma se cerchi realmente l’aspetto spirituale dello yoga, che è in verità il reale fine dello yoga, cioè di riunire il corpo e la mente per essere in armonia con la forza vitale, l’anima, allora questo sarà quello che otterrai.”

“L’anima è sat, cid, ananda – eterna, piena di conoscenza e piena di beatitudine. Il vero fine dello yoga, come è presentato dai grandi maestri di yoga dei tempi antichi, è connetterci con la nostra natura eternamente beata. Pantajali, uno dei grandi fondatori della tradizione yoga, insegnava, ‘Ishvarapranidhana’, l’abbandono a Ishvara, una concezione molto personale di Dio – Dio inteso come causa di tutte le cause, sorgente di ogni cosa, sorgente dell’amore e della bellezza –. Questo abbandono verso Ishvara è la perfezione del samadhi. Così yoga significa realizzare la nostra eterna natura con Isvara, con il Supremo, e comprendere ahimsa (la non-violenza), il principio dello yoga contenuto nei yama e niyama. Ahimsa significa che noi capiamo la sorgente divina. Possiamo capire che ogni entità vivente ha questa stessa divina sorgente e che ogni essere è parte di Ishwara. Perciò dovremo onorare e rispettare e non causare violenza verso nessuna entità vivente”

“Così, in realtà, se vuoi un corpo sano, lo yoga è uno dei processi migliori e più completi per avere un corpo sano e in forma. Se vuoi pace della mente all’interno allo stress di questo mondo di sfide, lo yoga ha uno dei sistemi più scientifici per dare pace e stabilità, liberandoci dallo stress.  Ma il reale fine di tutte queste cose è farci strumenti d’amore e pace, e di connetterci alla nostra atma, la nostra forza indistruttibile. Perchè, alla fine, per quanto in forma il nostro corpo possa essere e per quanto sia pacificata la nostra mente, se il nostro corpo muore, lo yoga ci può portare al di là di nascita e morte, alla nostra natura eterna. Questa è la bellezza e la gloria del sistema dello yoga. Ci può portare a quel punto. Nel sesto capitolo della Bhagavad-gita, che descrive il sistema dell’Ashtanga Yoga, Krsna conclude: ‘yoginam api sarvesam mad-gatenantar-atmana”. Di tutti gli yogi, colui che serve il Supremo Signore con amore e devozione, con profonda fede e realizzazione, è il piu intimemente unito a Lui nello yoga ed è il più elevato. Così questa opportunità è qui: essere uno strumento delle benedizioni di Dio o Krsna e davvero portare un cambiamento al mondo.”

(tratto da http://www.radhanathswami.com/)

 

Strano a dirsi: Molto meglio atei che religiosi fideisti fanatici!

Coloro che si definiscono atei, spesso – per esperienza personale – hanno dentro di sé intatto il seme della ricerca o addirittura coltivano, a loro modo, la loro coscienza nutrendola con una buona morale, una via etica, un senso di giustizia. Anche se dicono che non credono in Dio, agiscono come se qualcuno li stia osservando, come se percepissero il Dharma, la legge etico-universale. Questa è una buona base per iniziare un cammino mistico. Un sincero e personale cammino di ricerca, che in seno implica il desiderio di una scoperta – e non la muta accettazione.

Ma il religioso fideistico fanatico(RFF), incappa in tre principali incomprensioni.

Da una parte confonde la conoscenza dei dogmi e delle regole del suo cammino con le pure e sincere realizzazioni. Ma sapere col cervello non significa aver realizzato. E realizzare significa penetrare l’essenza dell’insegnamento e comprenderne l’universalità. La realizzazione illumina e crea unione. L’ignoranza divide, crea muri e ostacoli.

Il RFF purtroppo urla più forte dei ricercatori spirituali. Predica il suo dogma a voce alta e secondo schemi prefissati. Ma queste urla non servono tanto a farsi sentire, ma servono a lui stesso, per non sentire i propri dubbi. Dubbi che il proprio intelletto recrimina, dogmi e accettazioni nozionistiche di cui il cervello richiede spiegazione. Il RFF attira altri simili, perchè altre persone dotate di più fine senno ne stanno piuttosto alla larga. Il RFF quando convince qualcuno delle ‘sue’ idee sente in sé aumentare la fede, quando qualcuno non accetta ciò che lui ha accettato sente che sua fede prende degli scossoni. Perchè in una parte nascosta del suo cuore c’è un dubbio crescente che invece di essere curato, viene ignorato. Il sincero spiritualista è contento nel vedere una persona che avanza nel cammino spirituale ed è triste se un’altra invece momentaneamente retrocede, ma in questa sentire la propria fede ne cresce ne diminuisce. Perchè è stata costruita sulla ragione, sul discernimento e su tante piccole e preziose realizzazioni.
La seconda incomprensione, secondo quanto detto, è credere che l’accettazione – più o meno cieca o, un gradino più in alto, più o meno esclusivamente nozionistica – equivalga ad avere fede.

La terza incomprensione è credere che escludere la possibilità che esistano altri cammini, rispetto al suo, che siano altrettanto validi sia sinonimo di integrità dei propri valori religiosi. Il RFF crede che solo il suo cammino sia quello giusto – quindi di conseguenza lui è dalla parte del bene – e che tutto il resto della popolazione mondiale che non abbraccia il suo stesso credo ( e a volte anche quelli che, pur abbracciandolo, si discostano da una visione fideistica e fanatica) sono nell’illusione totale. Il RFF è un ‘politeista’ mascherato da monoteista. Crede che solo il ‘suo’ Dio sia il vero Dio e che tutti gli altri ‘Dio’ che le altre filosofie contemplano siano falsi dei o addirittura manifestazioni del male. Nei dialoghi interreligiosi fa discorsi del tipo: “il mio Dio dice…. cosa dice il tuo Dio?”.
Il mistico sa che la Realtà Assoluta è una solamente. Questa si manifesta, con un atto di amorevole compassione, in differenti vesti, con differenti linguaggi, in differenti periodi storici, solo al fine di essere più facilmente compresa da tutte le genti. La vera integrità spirituale sta nel capire qual’è l’essenza del proprio cammino (e tutti i saggi concludono che l’essenza è un qualcosa che accomuna tutti gli esseri – che dire di tutte le religioni?! – nella profondità nel cuore, e non qualcosa che crea distinzioni e conflitti sulla base di fattori esteriori e di superfice come sesso, cultura, lingua, rituali, credo, …).

Per concludere scriverò qualcosa che è inaccettabile per alcuni.  L’essenza del Vangelo, del Corano, della Bhagavad-gita, l’essenza di ogni serio cammino spirituale può essere riassunta in due semplici-a-dirsi punti. Due punti che contemplano la presenza e la soddisfazione dell’Amore. La ricerca dell’Amore per Dio, alla scoperta della sua bellezza e del suo fascino. E l’Amore rivolto verso tutti gli esseri viventi sotto forma di comprensione e compassione.

Perchè non vedersi, allora, da una prospettiva più ampia e profonda.

Perchè non iniziamo a vederci, a dialogare e ad apprezzarci così come siamo: come pellegrini in cammino in questa vita, alla ricerca di questi due tesori?

(Pierpaolo Marras)

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“Anima mia, dove sei?” (Carl Gustav Jung)

“Anima mia, dove sei? Mi senti? Io parlo, ti chiamo… Ci sei? Sono tornato, sono di nuovo qui. ho scosso dai miei calzari la polvere di ogni paese e sono venuto da te, sono a te vicino; dopo lunghi anni di lunghe peregrinazioni sono ritornato da te. Vuoi che ti racconti tutto ciò che ho visto, vissuto, assorbito in me? Oppure non vuoi sentire nulla di tutto il rumore della vita e del mondo? Ma una cosa devi sapere: una cosa ho imparato, ossia che questa vita va vissuta. Questa vita è la via, la via a lungo cercata verso ciò che è inconoscibile e che noi chiamiamo divino. Non c´è altra via. Ogni altra strada è sbagliata. Ho trovato la via giusta, mi ha condotto a te, anima mia. Ritorno temprato e purificato. Mi conosci ancora? Quanto a lungo è durata la separazione! Tutto è così mutato. E come ti ho trovata? Com´è stato bizzarro il mio viaggio! Che parole dovrei usare per descrivere per quali tortuosi sentieri una buona stella mi ha guidato fino a te? Dammi la mano, anima mia quasi dimenticata. Che immensa gioia rivederti, o anima per tanto tempo disconosciuta! La vita mi ha riportato a te. Diciamo grazie alla vita perché ho vissuto, per tutte le ore serene e per quelle tristi, per ogni gioia e ogni dolore. Anima mia, il mio viaggio deve proseguire insieme a te. Con te voglio andare ed elevarmi alla mia solitudine». Questo mi costrinse a dire lo spirito del profondo e al tempo stesso a viverlo contro la mia stessa volontà, perché non me l´aspettavo. In quel periodo ero ancora totalmente prigioniero dello spirito di questo tempo e nutrivo altri pensieri riguardo all´anima umana. Pensavo e parlavo molto dell´anima, conoscevo tante parole dotte in proposito, l´avevo giudicata e resa oggetto della scienza. Credevo che la mia anima potesse essere l´oggetto del mio giudizio e del mio sapere; il mio giudizio e il mio sapere sono invece proprio loro gli oggetti della mia anima. Perciò lo spirito del profondo mi costrinse a parlare all´anima mia, a rivolgermi a lei come a una creatura vivente, dotata di esistenza propria. Dovevo acquistare consapevolezza di aver perduto la mia anima. Da ciò impariamo in che modo lo spirito del profondo consideri l´anima: la vede come una creatura vivente, dotata di una propria esistenza, e con ciò contraddice lo spirito di questo tempo, per il quale l´anima è una cosa dipendente dall´uomo, che si può giudicare e classificare e di cui possiamo afferrare i confini. Ho dovuto capire che ciò che prima consideravo la mia anima, non era affatto la mia anima, bensì un´inerte costruzione dottrinale. Ho dovuto quindi parlare all´anima come se fosse qualcosa di distante e ignoto, che non esisteva grazie a me, ma grazie alla quale io stesso esistevo. Giunge al luogo dell´anima chi distoglie il proprio desiderio dalle cose esteriori. Se non la trova, viene sopraffatto dall´orrore del vuoto. E, agitando più volte il suo flagello, l´angoscia lo spronerà a una ricerca disperata e a una cieca brama delle cose vacue di questo mondo. Diverrà folle per la sua insaziabile cupidigia e si allontanerà dalla sua anima, per non ritrovarla mai più. Correrà dietro a ogni cosa, se ne impadronirà, ma non ritroverà la sua anima, perché solo dentro di sé la potrebbe trovare. Essa si trovava certo nelle cose e negli uomini, tuttavia colui che è cieco coglie le cose e gli uomini, ma non la sua anima nelle cose e negli uomini. Nulla sa dell´anima sua. Come potrebbe distinguerla dagli uomini e dalle cose? La potrebbe trovare nel desiderio stesso, ma non negli oggetti del desiderio. Se lui fosse padrone del suo desiderio, e non fosse invece il suo desiderio a impadronirsi di lui, avrebbe toccato con mano la propria anima, perché il suo desiderio ne è immagine ed espressione. Se possediamo l´immagine di una cosa, possediamo la metà di quella cosa. L´immagine del mondo costituisce la metà del mondo. Chi possiede il mondo, ma non invece la sua immagine, possiede soltanto la metà del mondo, poiché l´anima sua è povera e indigente. La ricchezza dell´anima è fatta di immagini.”

( dal Libro Rosso di Carl Gustav Jung ora in uscita in Italia )

 
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Pubblicato da su novembre 21, 2010 in Yoga e Psicologia

 

La deriva dell’astio

Ormai alla deriva dell’astio non ci facciamo più caso. Perché sempre più persone risultano essere caratterizzate da avversione verso gli altri, in generale verso il mondo. Esse nutrono livore, ostilità, odio, inimicizia, invidia, acredine, malevolenza, accanimento, voglia di vendetta. Verso chi? Eh, tutto questo avviene in risposta a offese, affronti o frustrazioni che esse ritengono di aver subito e che magari non hanno mai avuto luogo. In loro prospera un’avversione a lungo  prolissamente coltivata. Spesso poi, si tratta di un senso di vergogna che cova nell’inconscio e di cui il soggetto non è perfettamente consapevole. Ma l’interiorizzazione del senso di vergogna, con la visione svalutativa di se stessi, che essa provoca, può portare alla maturazione di forme occulte di odio nei confronti di coloro che sono ritenuti responsabili. Questa è la prima fondamentale corruzione del nostro comune sentire, del sentire di ciascuno di noi. Ecco che fra la percezione di sé e l’immagine dell’io si crea una frattura lacerante. Nell’inconscio collettivo si vanno a sommare tutte queste frustrazioni. Di esse risentiamo tutti noi che facciamo parte della stessa società. Se poi si aggiunge che la maggior parte delle persone si nutre di carne che è piena oltre che di prodotti chimici anche della psicosi negativa dovuta ai trattamenti in vita e al macello dati agli animali, non c’è da meravigliarsi se si vive in una continua tensione nei luoghi di lavoro e di attività comuni in genere. La maggior parte di chi lavora ritiene un fatto acquisito che i rapporti in azienda debbano essere di conflitto. Certo “  ‘a guera è guera”   si dice nei ministeri e nei grandi conglomerati aziendali e si torna a casa la sera come usciti da un incubo. E i leaders stessi adottano il “divide et impera” che prima o poi porta l’azienda alla rovina.  Qualcuno cerca una “raccomandazione” che nel breve tempo si rivela rimedio pegiore del male: perché tutto si paga.

La speranza che tutto qusto cambi risiede nei giovannissimi di oggi che spesso non aspirano a posizioni di rilevo e vogliono dare un senso sensato alla loro vita.

(Giovanni D. Canepa)

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Pubblicato da su novembre 18, 2010 in Yoga e Psicologia

 

Il “Mind wandering”

La metà del tempo passato da svegli la viviamo pensando ad altro invece che all’attività che stiamo svolgendo. Si tratta del “mind wandering” il divagare della mente ben noto a chi vuole meditare. Matthew Killingsworth e Daniel Gilbert  dell’Università di Harvard hanno portato a termine uno studio su queste attività incontrollate ma anche controllabili. In “A Wandering Mind Is an Unhappy Mind” ci dicono che “A differenza degli altri esseri, l’uomo trascorre gran parte del tempo pensando a cose che non accadono attorno a lui, contemplando o eventi del passato, o possibili nel futuro o che non avverranno per niente”.

La divagazione, secondo i ricercatori, è il modo operativo dominante del cervello, quello che si instaura in automatico quando proprio non siamo costretti a impegnarci. Da distratti trascorriamo il 46,9 per cento delle nostre giornate e c’è una sola attività in cui scendiamo al di sotto del 30 per cento: quella sessuale. Lavoro, computer, televisione e conversazione sono gli sfondi ideali per la divagazione. Fare sport, giocare, ascoltare la radio, prendersi cura del proprio corpo o dei figli sono al contrario compiti che mantengono la mente relativamente aderente alla realtà.

“In questo non c’è nulla di strano. Il mind wandering è tanto diffuso perché fermare il pensiero è impossibile. Il cervello umano è fatto per lavorare senza posa”, spiega Maria Brandimonte, autrice per Il Mulino del libro “La distrazione” e docente di psicologia dei processi cognitivi all’università Suor Orsola Benincasa di Napoli. “Più è impegnativo il compito che svolgiamo, più la nostra mente incontrerà spunti interessanti da inseguire, strade alternative da percorrere. La concentrazione resta più alta nelle attività che ci coinvolgono emotivamente, come quella sessuale”.
Per seguire il corso dei pensieri dei loro 2.250 volontari, gli psicologi di Harvard hanno usato uno strumento del tutto nuovo per la loro disciplina: l’iPhone, con un’applicazione messa a punto apposta per loro. Durante la giornata, i soggetti studiati dovevano ripetutamente comunicare via web l’attività che stavano svolgendo e confessare quanto fossero distratti. Spesso (42,5 per cento dei casi), la mente era attratta da divagazioni piacevoli. Nel 26,5 per cento dei casi la distrazione riguardava pensieri sgradevoli e nel 31 per cento dei casi l’immaginazione era neutra.

Nel complesso, il non riuscire a concentrarsi provocava senso di frustrazione, tanto che i due ricercatori hanno intitolato il loro articolo “Una mente che divaga è una mente triste”. Sarà questo il motivo, suggeriscono gli autori, per cui “molte filosofie e religioni insegnano che la felicità consiste nel vivere il presente, addestrando i praticanti a concentrarsi, a restare ‘qui e ora’ e resistere alle distrazioni”.

In effetti, un’altra attività oltre al fare l’amore si è rivelata impermeabile ai pensieri sporadici: la preghiera unita alla meditazione.

(Giovanni D. Canepa)

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Pubblicato da su novembre 18, 2010 in Yoga e Psicologia

 

Per donare, perdonare

Perdonare come efficace terapia. Dice: “Ma io ho perdonato tutti”. Non è vero e lui non lo sa. Intanto non ha mai perdonato sé stesso per comportamenti avuti in passato, dei quali non è più consapevole ma le cui conseguenze karmiche lavorano sempre sotto traccia. Comportamenti tenuti da non consapevole e ricordi non consapevoli. Si pensa che perdonare riguardi soltanto eventi macroscopici che ci hanno riguardato e le eventuali offese clamorose. Ma perdonare per chi si vuole donare agli altri, a sé e al Divino è accettare. Non l’accettare con l’accetta. Non l’accettare del subire.  Ma l’accettare attivo. Quante cose non accettiamo pensando che ciò sia un fatto fisiologico. Non accettiamo personalità, modalità, modi di essere… diversi dai nostri rigidi modelli orami cristallizzati. E tutte quelle modalità che negli altri non accettiamo sono le parti di noi stessi che non accettiamo. In particolare per chi  a lungo ha vissuto in una illusione appiattita di essere in pace con sé stesso e con gli altri, per chi ha molti anni anagrafici, caratterizzati da questo oblio di sé, è quasi inimmaginabile pensare che esista il perdonare. Non per mancanza di volontà, ma perché l’operazione gli risulta non decifrabile. Inconcepibile secondo lui perché si perdona un assassino, un delinquente, ma non i comportamenti che caratterizzano la nostra vita misera strisciante e che con la loro negativa chiusura ci fanno diventare incapaci di contattare il nostro vero sé. Imparare a perdonare è la strada della sanatoria dei nostri conflitti interiori, l’assunzione liberatoria di responsabilità, la cancellazione delle colpe attribuite agli altri. Diciamo che perdonare è un modo molto yogico di amare, molto ricongiungente, pieno di speranza e di gioia.  Che ci ricollega alla matrice divina. E’ perdono totale. Fine delle piccole guerre, delle prevenzioni e dei pre-giudizi. Significa veramente volersi bene e poi portare sé stessi nell’altro. Con braccia sempre aperte per accogliere quei tesori che l’Universo ci manda purificati dal perdono. Che è delitto non accoglierli.

Ma tutto questo che Tu leggi non è mia scienza. Una mia vera amica oggi mi ha fatto un trattamento approfondito che io qui sopra indegnamente ho cercato di esprimere. Perché mi ha fatto finalmente capire in chiave perdono tanti insegnamenti che avevo ascoltato e mai compreso. Alla luce del perdono e magari della rinuncia alla critica ho visto me e il mondo con una grande luce. Ho sentito la capacità di godere del mio meditare e di lavorare per me e per gli altri. In congiunzione felice, artefice del mio destino. Ti offro queste righe con l’amore che dobbiamo portare alla vita.

(Giovanni David Canepa)

Per gentile concessione di Orizzonti Vedici. Copywright 2010

 
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Pubblicato da su novembre 12, 2010 in Yoga e Psicologia

 

Ferro in Oro…

Il senso di possesso non si estirpa, si trasforma. Ricordiamoci l’alchimia: vogliamo trasformare il ferro in oro.  Così il desiderio di possesso si può trasformare in Amore. E quando l’Amore prende piede il desiderio di possesso piano piano si dissolve.
Per far questo è necessario fare un po’ di pulizia mentale e allenarsi al distacco. Dividiamo il problema della possessività in due parti, a seconda dell’oggeto del nostro attaccamento.

  • Se sono oggetti quelli che ci assediano il campo psichico, possiamo meditare sul fatto che essi, in realtà, non sono indispensabili. Per vivere abbiamo bigogno di molto meno e che la felicità non dipende dall’esterno.
    Ci siamo riempiti di una quantità innumerevole di “necessità non necessarie”. Non stupiamoci che esistano persone che vengono pagate per creare necessità nella massa – o in gruppi di mercato – tutto ciò serve per generare innaturali dinamiche di dipendenza da un prodotto. Prima viene creata la necessità, poi il prodotto viene venduto. Noi, con lo Yoga, cerchiamo di fare il contrario, di percorrere il processo inverso: neutralizziamo quella necessità di avere, di avere e di avere. Perchè essa è forzatamente indotta, e la sua intrinseca innaturalità non ci porterà mai a soddisfarci profondamente, ma a distrarci da obiettivi più alti.  Se compiamo bene quest’atto di ecologia interiore,  ci renderemo conto di come quelle necessità fossero effettivamente “non necessarie”.
    Proviamo a meditare sull’atto di donare l’oggetto del nostro attaccamento ad un altra persona e di vederla sorridere sorpresa. Confrontiamo attivavamente la felicità che proviamo nel dare con quella che avremo nel tenere. Non è la seconda più pulita, salubre e luminosa?
  • Se è una persona che desideriamo ardentemente, dobbiamo accorgerci che nessuno ci appartiene e mai potrà appartenerci. Ogni incontro che facciamo nella scuola dell’Amore ci dovrebbe servire come allenamento per scambiare amore. Ovvero imparare a dare e ricevere nel modo più pulito, libero dai pregiudizi e dall’attaccemento morboso e psico-dipendente. Dovremo essere grati di questa possibilità e non generare morboso attaccamento.
    Se pensiamo alla persona come un corpo o come un insieme di pensieri contenuti all’interno di un corpo, non stiamo pensando alla persona così com’è realmente, ma alle sue caratteristiche passeggere e superficiali. O peggio stiamo interagendo con le nostre proiezioni psichiche su di essa.
    Se vogliamo amare profondamente qualcuno dovremo permettergli di fare le sue esperienze, di crescere, anche se questo lo allontanasse da noi.
    Dobbiamo sempre pensare quale sia il bene dell’individuo. Amore significa desiderare il bene altrui al di là del nostro interesse, altrimenti saremo di parte.  Amare non significa sfruttare l’altro, ne essere sfruttati. Perciò dovremo scovare a fondo, nel nostro cuore, la nostra motivazione relazionale e monitorare attentamente se ci sono secondi fini, in modo da poter correggere il nostro modo d’agire.
    L’amore è desiderare il bene dell’altro INCONDIZIONATAMENTE. L’Amore non è un mercanteggiare d’interessi, un contratto  con scadenza, un patto di validità fintantoche è presente un reciproco scambio di piaceri, siano essi fisici o mentali.  Per metterci nella prospettiva dell’Amore dovemo desiderare il bene dell’altro anche se andasse controcorrente al nostro ego. Solo ed esclusivamente il bene dell’altro. Questo è Amore.
    Dovremo però ben specificare cos’è il bene altrui che dovremo ardentemente desiderare. Un bene che dovremo sia salvaguardare dal nostro egoismo sia valorizzare con una atto di comprensione e apprezzamento. Capiamo che non è un bene legato alla pancia, alle gambe, agli occhi o alla mente. Abbiamo inteso che stiamo parlando in un ottica di evoluzione spirituale. Se vogliamo portare amore dobbiamo portare luce, e la luce viene dal cuore. Più il cuore è pulito, purificato e fresco di virtù, e  più esso illumina.

Il lavoro inizia da noi, ricordiamolo sempre. Urge cambiare il nostro cuore, renderlo limpido e fresco come l’acqua. L’alchimia del ferro in oro.

(Gopinath das)

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Pubblicato da su novembre 5, 2010 in Yoga e Psicologia

 

Si cercare…

Al contrario di quello che l’uomo della strada possa pensare, la filosofia non è costituita da una attività speculativa da salotto. Oggi essa copre un vasto spazio della scienza estendendosi dalle Neuroscienze alla Teologia. Invece il difetto della scienza occidentale impostata cartesianamente, è sempre stato ed è quello di gestire separatamente le varie branche di una scienza. Al contrario le Scuole dell’India Classica hanno sempre teso a racchiudere in un unico alveo tutto il sapere impostandolo olisticamente.

I Veda ci insegnano che tutto quello che noi percepiamo e che sentiamo si registra nel nostro inconscio e determina, di volta in volta, le caratteristiche della nostra personalità. Per fare un banale esempio molto attuale, pensiamo che l’esposizione intensiva del corpo femminile nelle normali trasmissioni televisive, che non ci scandalizza, costituisca una banalizzazione del vivere e abbia conseguenze ritardate sull’immaginario degli spettatori. Per non parlare qui degli effetti sull’eleganza dei comportamenti sociali.

Per i Veda la religione racchiude tante scienze in quanto essa rappresenta l’attività dell’uomo che deve condurlo, o meglio ri-condurlo (religione = re-ligere // Yoga –yug ricollegare) alla scoperta del suo Vero Sé. Vero Sé che esiste da sempre e per sempre. Il fatto è che con la nascita il sé è entrato nella materia ( questo è infatti il venire al mondo), nel corpo, e lui naturalmente crede che il Mondo Materiale che esperimenta e percepisce sia la Realtà Ultima.

Una volta che l’essere umano si renderà conto progressivamente acquisirà la percezione del Mondo Spirituale, paradossalmente non si allontanerà dal Mondo Materiale che aveva dalla nascita conosciuto, ma anzi lo gusterà in modo equanime come strumento di percezione di quello Reale.

È inverno, la stagione nella quale ci avviciniamo ai Mondi più interiori, più spirituali, meno tangibili. Nella stagione invernale dobbiamo considerare il freddo come stimolo a cercare dentro di noi il calore, il sole quale archetipo della vita. Dobbiamo comprendere che le malattie invernali cercano di comunicarci che dentro di noi non c’è ancora il sole. Quel calore tipico di chi sa cercare e ottenere la Liberazione senza, peraltro, rinunciare a vivere una felice Vita Materiale. Liberazione dalle passioni, dalla bramosia, dalle dipendenze, dalla paura e dall’egoismo. Quindi dalla morte.

L’uomo avveduto di oggi lavora soprattutto nell’ambito della memoria dimenticata dalla globalizzazione dove la rapidità della trasformazione è proporzionale all’oblio. Per godere del totale bisogna saper assaporare soprattutto il particolare, solo così ognuno può maturare i propri anticorpi. L’identità, in una società attraversata, anzi massacrata dalla globalizzazione, non può che passare attraverso l’appartenenza al territorio, e alle sue tradizioni. La maggior forza che ha l’Europa rispetto alle potenze che determinano maggiormente la globalizzazione del Mondo come America e Cina, risiede nel cospicuo retaggio storico che è costituito dalla ricchezza ereditata dal Rinascimento che è appunto il patrimonio fondante dell’Europa di oggi, più dello sbandierato Cristianesimo. Cristianesimo che, si badi bene, modella comunque di sé il Rinascimento.

Noi siamo tutti un po’ costruttori della nostra società e come tali dobbiamo prender coscienza del ricco retaggio di un passato di Europa concepita come un tutto unicum. Poi si dovrebbe compiere un passo successivo. Per sopravvivere nella globalizzazione, autonomamente e creativamente ricchi, ritrovare valori laici eterni che si fondano sulla spiritualità e che sono convalidati oggi dalle scoperte della Fisica Quantistica. Chi, come noi, gode di un background culturale così ricco, se tanto tanto riesce a svincolarsi dall’influsso del Materialismo Occidentale che la fa da padrone, può abbeverarsi a Patrimoni Millenari essenziali per la conoscenza di sé.

(Giovanni David Canepa)

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Pubblicato da su novembre 2, 2010 in Yoga e Psicologia

 

Il Kirtan Yoga è l’esercizio dello spirito

L’esercizio è una pratica che mantiene attivi e solidifica. Ci sono esercizi fisici che tonificano il corpo, come la corsa o il nuoto, oppure ci sono esercizi come la scrittura che rendono fluido lo scorrere delle parole che mettiamo per iscritto. Ci sono perfino esercizi di ascolto della musica per allenare l’orecchio a riconoscere l’architettura di un brano.
Il kirtan yoga può essere considerato un esercizio per mente e spirito. Spesso nella turbinio della vita quotidiana non riusciamo a connettere la nostra mente con le emozioni che proviamo. Questa è la ragione per cui ci risulta difficile in alcuni momenti trovare le parole o le metafore che meglio descrivono il nostro stato d’animo. In altri momenti invece, quelli in cui solitamente ci sentiamo più “ispirati”, ci sembra di capire un fenomeno in profondità e sentiamo di esaurire il significato che esso esprime. In effetti in quei momenti stabiliamo una connessione effettiva con ciò che sentiamo. Ma non c’è un fondo stabilito, un limite in cui possiamo con certezza affermare di aver colto un fenomeno nel suo aspetto più completo. Quello che dunque riusciamo a cogliere e successivamente esprimere è relativo, e direttamente proporzionale, al nostro livello di coscienza: più siamo centrati nella nostra essenza bio-psicico-spirituale (perché queste sono le componenti dell’essere umano), più siamo in grado di percepire in profondità quello che accade intorno a noi e dentro di noi. Del resto, è una ricerca pressoché infinita, in quanto non c’è limite ad essa.
Tuttavia è possibile penetrare sempre più in profondità quello che accade dentro di noi. E’ detto infatti negli antichi testi filosofico-sapienziali dell’India classica che esistono tre livelli di percezione di un fenomeno: adibhautica, adidevica e adiatmica. Rispettivamente il piano degli elementi fisici – con tutto l’insieme delle sue categorie -, il piano celeste, e infine il piano spirituale.
Per accedere al livello più profondo, o quantomeno avvicinarsi ad esso, è necessario anche lì una sorta di esercizio. Ecco che i mantra hanno, tra gli altri, anche questo preciso scopo: quello di fare una sorta di “screening”, o di indagine, alle nostre emozioni. Attraverso il mantra, specie quello di gruppo, il soggetto ha a che fare più che altro con se stesso, non tanto con ciò lo circonda.
Il kirtan è una pratica antica che ha permesso a generazioni di ricercatori di compiere le loro indagini sul fenomeno e sul noumeno, per dirlo in termini platonici, cioè uello che si manifesta davanti ai nostri occhi e ciò che sta dietro, che spesso muove, sostiene e dà substrato a ciò che è manifestato.
E yoga indica quella connessione. Il termine stesso significa “congiungere”. Dunque kirtan e yoga insieme possono permettere un esercizio spirituale che si esplicherà poi nella profondità in cui realizzeremo ciò che teniamo dentro.

(Tiziano “Tulasi das” Fusella)

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Pubblicato da su settembre 16, 2010 in Yoga e Psicologia

 
 
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