Radhanath swami in Italia: alcune perle di saggezza

3/8/12 Villa Vrindavana (FI)

Lo sforzo che facciamo per servire Krsna è l’essenza del servizio devozionale, il risultato materiale che otteniamo è secondario.
Sacrificio: rendere qualcosa sacro, connetterlo a Dio
La bhakti è il processo che ci permette di vedere tutto sacro attraverso la devozione, è la scienza che ci permette di vedere spiritualmente.
Non c’è nessun ostacolo materiale per far piacere a Krsna se siamo sinceri.
I nostri corpi sono formati tutti dai 5 elementi, terra, acqua, fuoco, aria ed etere, ma in base alle diverse combinazioni di questi elementi giudichiamo le persone belle o brutte (o noi stessi) e ci identifichiamo col corpo.

14/8/12 Villa Vrindavana

La vera conoscenza non è nulla di teorico, è un’esperienza. Essere leader significa vedere i nostri subordinati come qualcuno che ci ha mandato Krsna perchè possiamo occuparci di lui. Non dobbiamo vedere le persone come nostre. Maya conosce le nostre debolezze e sa come colpirci al momento giusto. Se prendiamo rifugio in Krsna, Krsna ci proteggerà.
Una persona santa è una persona che vede la sofferenza degli altri come la sua, e la felicità degli altri come la sua.
Hari: colui che ci rapisce da ogni illusione, ma Maya è sempre pronta a portare la nostra mente lontano da Hari.
Qualunque cosa facciamo per Krsna non va mai perduta, può essere dimenticata, ma mai perduta. Non dobbiamo sottovalutare le difficoltà materiali degli esseri viventi, ma dobbiamo soffermarci su ciò che è benefico per la loro anima eterna.
Ci identifichiamo con il corpo attraverso Ahamkara (il falso ego) che ci controlla attraverso la mente, così come quando lo stoppino non funziona vediamo tutto nero, ma quando lo stoppino riprende a funzionare, tutto è illuminato.
Krsna dice nella Bhagavad Gita che la mente controllata è la nostra migliore amica, ma quando non è controllata è la nostra peggiore nemica. “Yoga significa controllare la mente.”
Lo scopo dello yoga è Isvara Pranidhana: sottomettersi completamente a Krsna.
Ci sono 6 nemici nella mente: lussuria, collera, orgoglio, arroganza, invidia, illusione.
Quando la mente prende rifugio nel processo che ci aiuta a vincere questi nemici, diventa nostra amica.
Il processo è impegnare la mente nel servizio devozionale.
La perfezione della vita è infatti servire Krsna attraverso il seva.
Prahlad Maharaj dice che le 9 tappe della bhakti sono il processo migliore per controllare la mente. Di queste 9, il più importante è il kirtan.
Caitanya Mahaprabhu ci dà il metodo più importante per liberare la mente: il maha mantra.
Potremo quindi purificare la mente attraverso l’impegno d’amore al servizio di Krsna e l’associazione con i devoti.
Diventare devoti significa elevare il nostro carattere. Ci sono guna anche per i devoti!
Se un devoto invidia, è nel tamas e ci può contaminare.
Se vogliamo posizione, potere, prestigio, siamo nel rajas.
Se facciamo servizio senza desiderare niente per noi stessi siamo nel sattva.
Se facciamo servizio per il piacere di Krsna siamo al livello trascendentale.
La stessa cosa vale per il cibo, se cuciniamo per Krsna, il cibo è trascendentale!
Il nostro carattere è molto importante. Il Siksastaka ci insegna ad essere gentili, compassionevoli e a trovare la felicità nell’onorare gli altri.
Se ci sforziamo di vivere così Krsna si rivelerà e potremo gustare la dolcezza del Suo nome.
Se qualcuno ha più di noi siamo invidiosi, se qualcuno ha meno di noi siamo arroganti! Un vero vaisnava è libero dall’invidia ed è libero dalla tendenza a trovare difetti negli altri.
Quando il devoto è felice di vedere un altro devoto ricevere una misericordia, Krsna è estremamente felice.
Quando sentiamo invidia non dobbiamo deprimerci, dobbiamo diventare umili e prendere rifugio nel maestro spirituale e in Krsna.
Un devoto avanzato si sente il più caduto e naturalmente rispetta e serve gli altri.
Un devoto neofita pensa di essere molto avanzato..
E’ una questione di sincerità, è il valore che conta.
“Se perdete ricchezza non perdete niente, se perdete la salute perdete qualcosa, se perdete i vostri valori e la vostra integrità perdete tutto.” Shakespeare
Il nostro dovere, l’essenza del Dharma, è rispettare l’integrità del servizio devozionale attraverso queste qualità:
– autocontrollo
– essendo equanimi in ogni situazione
– umili
– tolleranti
– offrendo a Krsna ogni cosa che otteniamo
Caitanya Mahaprabhu ci insegna a seguire le orme dei grandi maestri.
La Bhakti è il completo assorbimento nell’amore per Krsna.
Sri Caitanya è venuto per gustare la dolcezza di Radha e per darla alle persone del Kali Yuga.
Radharani ci dice come essere perfetti devoti attraverso Sri Caitanya.
Quando comprendiamo la grandezza di Dio diventiamo per forza umili.
Pensiamo alle lucciole: pensano di illuminare il mondo, ma quando il sole splende devono rendersi conto di essere insignificanti!

16/8/12 Prabhupada Desh (VI)

Prabhupada diceva che ogni istante della vita può essere una festa perchè il Signore è seduto nel nostro cuore come testimone.
E’ il nostro più intimo amico. Questo aspetto è molto importante nella coscienza di Krsna.
Srila Bhaktivinoda Thakur diceva che come un magnete attrae il metallo, Krsna attrae tutto. Se il magnete è sporco non viene attratto dal metallo. Il nostro cuore per la sua stessa natura è irresistibilmente attratto da Krsna. Noi cerchiamo bellezza. E visto che anche noi vogliamo attrarre vogliamo essere belli. Le persone sono anche attratte dalla forza. Queste attrazioni però tendono a diventare gelosia e invidia perchè queste tendenze sono filtrate dall’ego, ma quando queste attrazioni sono rivolte a Dio non c’è più invidia, ma solo amore.
L’attrazione per le cose materiali non dà mai soddisfazione. Il nome di Krsna significa che tutte queste qualità sono presenti in Lui all’infinito.
L’atma è eternamente attratta da Krsna.
Sul livello spirituale questo si manifesta come amore incondizionato per Krsna. L’amore è così dolce che attrae persino Krsna! Questa è la perfezione e il cuore di ogni religione. La dinamica tra questa relazione tra atma e paramatma è la più grande verità.
A causa di invidia, arroganza, collera, l’anima non riesce ad essere attratta da Krsna, così, visto che il magnete è sporco attra sporcizia anche se siamo anime spirituali.
Diamo quindi la colpa agli altri o alle circostanze, ma il Bhagavatam dice che il nostro problema è la mente sporca!
Come kama (il desiderio, la lussuria) vediamo nelle persone chi mi darà godimento, ma dovremmo pensare agli altri come figli di Krsna.
La Bhagavad Gita dice che queste cose materiali non possono essere trascese se non si incontra qualcosa di superiore. Per gli impersonalisti ce ne possiamo liberare attraverso il distacco: “tutto è illusione”. La bhakti insegna invece che il vero distacco è il totale attaccamento alle bellissime qualità di Krsna.
Krsna è quindi apparso nel Suo nome.
Dietro la sporcizia nel cuore di ognuno c’è Krsna.
La mente ha la capacità di fissarsi su una cosa negativa anche quando va tutto bene!
Quando si ama Krsna non si odia la bellezza di questo mondo, ma la si ama in quanto è una piccola parte della bellezza di Krsna.
Ad un certo livello è giusto temere che Dio ci punisca, per fare le giuste scelte, ma oltre la paura c’è l’amore.
I segreti della spiritualità possono essere conosciuti solo per grazia di Krsna in risposta alla nostra devozione.

17/8/12 Prabhupada Desh (VI)

Bisogna sviluppare “para dukha dukhi”: la capacità di soffrire della stessa sofferenza degli altri.
Come vedere una buona opportunità nei momenti difficili? Chiedendoci come servire Krsna anche in quella situazione. Adorando Krsna ci si libera dagli anartha.
Dobbiamo prendere rifugio. In accordo alla nostra sincerità Krsna costruisce le situazioni intorno a noi.
Nella bhakti il fine e il mezzo sono la stessa cosa: anche nel regno spirituale canteremo Hare Krsna!!!
Quando perdoniamo qualcuno siamo liberati.
Nelle nostre relazioni dobbiamo mettere Krsna al centro, altrimenti al centro ci sarà il nostro ego.
Dobbiamo vedere gli altri come qualcuno di cui dobbiamo prenderci cura fisicamente, mentalmente e spiritualmente.
“Il vero problema degli occidentali è che non hanno abbastanza paura di Maya” Prabhupada
La purificazione è il bhakti seva, non vedere Dio… anche i demoni come Kamsa, Hiranyakashipu e Ravana vedevano Krsna!
Dobbiamo cercare la connessione con Dio anche nei momenti di tragedia.
Due cose sono necessarie per trasformare una maledizione in benedizione: una guida appropriata (e i libri di Prabhupada!) e la nostra responsabilità nel seguire queste istruzioni.
La vera felicità si ha attraverso il tapasya: la capacità di accettare austerità per un fine superiore.

(trascritti da Lucia Rossetti)

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Ritorno a casa – Radhanath Swami

NUOVO LIBRO DI  RADHANATH SWAMI FINALMENTE TRADOTTO IN LINGUA ITALIANA 

 Il libro è anche disponibile presso il Centro Culturale Vaikuntha con uno sconto speciale.

Si tratta di un’autobiografia in cui l’autore ci racconta le sue avventure mozzafiato attraverso tutta l’Europa e l’Asia fino all’India. Dopo molte peripezie di ritrova finalmente… a Casa…

Un libro per imparare a leggere il libro della vita.


Ritorno a Casa è stato definito da molti maestri e luminari: “un libro che ogni ricercatore della verità dovrebbe leggere!” Nel sito ufficiale
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Avventure incredibili, mistici misteri e genuina saggezza.


Inoltre è appena stata attivata la pagina facebook ufficiale:
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Alla Ricerca dell’Amore Perduto – Radhanath swami

La più incredibile rivelazione della mia vita è stata la pura verità che tutti i nostri desideri, le loro complessità, struggimenti, gratificazione e frustrazione hanno come unica origine la dimenticanza dell’amore, passivamente assopito nel nostro cuore. Ho compreso che è ciò di cui abbiamo più bisogno poiché da esso traiamo la vera soddisfazione e la forza per diventare strumenti di cambiamento in positivo del mondo che ci circonda, ben oltre ciò che ci immagineremmo possibile. Alcuni anni fa, ho incontrato Madre Teresa a Calcutta e mi disse che il più grande problema del mondo è la fame, ma non quella dello stomaco, bensì quella del cuore. La gente è sola, emozionalmente insoddisfatta e cerca di riempire il vuoto interiore in molti modi diversi, senza sapere che l’unica cosa che possa nutrire il cuore è l’amore per Dio. Madre Teresa mi disse che conosceva alcune tra le persone più facoltose del mondo e che aveva visto gente morire di fame, ma che la più grande attività assistenziale a questo mondo è soddisfare l’inedia del cuore con amore per Dio. Per riuscirci dobbiamo però possedere una motivazione pura, perché noi confondiamo l’amore con i piaceri temporanei e il fulcro stesso della condizione umana è l’erronea interpretazione delle sensazioni transitorie mondane e il luccichio abbagliante delle sensazioni è comparabile ad un miraggio. Una persona perduta nel deserto cerca disperatamente un’oasi e nella sua disgrazia, complici il desiderio e la speranza, a volte le appare un miraggio che sembra possa soddisfare la sete ma finirà solo con la bocca piena di sabbia.

Cos’è dunque il vero amore? Per capirlo dobbiamo sapere chi siamo davvero.

Il corpo fisico è un veicolo fatto di materia e di per sé gli occhi non vedono, le orecchie non sentono, il naso non percepisce gli odori. Siamo dunque noi a vedere per mezzo degli occhi e a sperimentare la vita attraverso i sensi. Il corpo è paragonabile ad un carro, la mente alle sue redini, mentre i sensi sono i cavalli e l’intelligenza dovrebbe dare la direzione decisa dal passeggero, l’atma o anima. Questo è fondamentalmente l’insegnamento della Bhagavad-gita: noi non siamo il corpo e la mente ma la forza vitale che ne sprigiona. La forza vitale è la nostra natura spirituale e il suo potenziale è amare e il bisogno di sentirsi amata.

Tutti cerchiamo amore spirituale e in realtà l’intero progredire della civiltà attraverso i millenni è unicamente l’espressione di questa ricerca.

Scienza, tecnologia, spettacolo, famiglia, arte, musica, lavoro, economia, tutto è puntato a trovare quell’unica cosa che il cuore desidera, amare Dio e sentire il Suo amore. Sri Caitanya, massima autorità spirituale ed avatara divino, in una preghiera afferma che l’amore per Dio è assopito nel cuore di ogni entità vivente e la nostra posizione naturale è quella di essere Suoi eterni servitori. Nei Vangeli, Gesù si chiede che utilità abbia ottenere l’intero mondo se ciò conduce a perdere l’anima eterna. Il primo grande comandamento è quello di amare Dio con tutto il cuore, la mente e l’anima, e la conseguenza naturale sarà quella di amare il prossimo come sé stessi. Ma come può accadere tutto questo? Amando il centro, ovvero Dio, questo stesso centro di ogni esistenza ci permette di amare spontaneamente ogni essere vivente. La Bhagavad-gita afferma che ogni entità vivente è un frammento di Dio, così come ogni raggio che emana dal sole ne è parte integrante.

Scoprendo nel mio cuore l’amore per Dio posso percepire un’inseparabile parte di Dio nel cuore di ogni essere, non importa quale sia il suo sesso, colore di carnagione, religione, provenienza o razza di appartenenza, tutte designazioni fisiche temporanee paragonabili al vestito che copre il corpo.

Quando comprendiamo realmente la nostra anima e la relazione che ci unisce al Supremo, possiamo identificarla in ogni entità vivente e vederne il suo rapporto con Dio. A quel punto l’amore e la compassione sostituiscono l’odio ed è questo ciò di cui il mondo ha più bisogno.

Siamo dunque tutti alla ricerca del nostro perduto Amore e il vero viaggio dell’esistenza umana inizia quando riconosciamo l’oggetto della nostra ricerca. Siamo parti di Dio che hanno perso la connessione con Lui e stiamo tentando di ritrovarla, mentre Krishna, Dio, il Tutto completo, la Verità Assoluta e suprema discende in questo mondo alla ricerca dei suoi amori smarriti, che siamo noi. Sempre nella Bhagavad-gita, Krishna afferma che ovunque i veri valori della religione siano in declino e l’irreligione avanzi Egli appare sulla terra. Ma perché? Nelle sacre scritture dell’Occidente si parla di messia e di profeti e nei testi vedici sono raccontate le gesta degli avatara del Signore che si sono succeduti nei millenni, manifestandosi in accordo ai periodi, ai luoghi e alle sue genti per darci essenzialmente lo stesso messaggio e ricordarci che abbiamo dimenticato l’amore di Dio che abbiamo dentro ed è questa la causa delle nostre sofferenze e il motivo per cui maltrattiamo il prossimo. Ecco dunque la risposta, tutti i grandi avatara non sono altro che il Supremo Amato che viene in questo mondo per cercare i suoi servitori dispersi e per noi ciò è grande motivo di speranza.

Sanatana Goswami, un santo eccelso della tradizione Gaudiya vaishnava, nel suo testo Brihat Bhagavatamrita racconta che un giorno Krishna con i gopa, suoi compagni pastorelli, e le loro mucche erano di ritorno dai pascoli e andavano verso casa attraversando la foresta di Vrindavana. Lungo la strada un’anima che aveva appena ottenuto la perfezione spirituale apparve nelle sembianze di un bellissimo pastorello. Vedendolo, Krishna gli corse incontro, lo abbracciò e nell’estasi d’amore entrambi persero i sensi. Tutti i gopa si meravigliarono molto e si chiesero chi fosse questo ragazzino e perché Krishna si trovasse disteso a terra privo di coscienza. Balarama, Suo fratello, si avvicinò cantando dolci parole e sventagliandoLo Gli fece riprendere conoscenza. Krishna si rivolse allora al nuovo pastorello: “Mi hai abbandonato tanto, tanto tempo fa e ti sei dimenticato di Me, eppure Io non ti ho mai scordato. Vita dopo vita hai cercato di godere del mondo materiale ma Io ero sempre presente nel tuo cuore, in attesa che ti rivolgessi a Me. Hai patito tempeste, malattie e pene d’amore, a volte hai goduto di ricchezza, prosperità, buona istruzione ma eventualmente tutto ti è stato portato via. Non provavi separazione come ne provavo Io per te, ad ogni istante? Infine ti sei girato verso di Me e Mi hai donato la tua vita.

Ho visto quanto sia stato difficile, rimanendoMi fedele in questo mondo materiale. Sei stato ridicolizzato, perseguitato, criticato e a volte hai dovuto mendicare, ma Io ti ero sempre accanto a proteggerti. Ora sei finalmente tornato a casa e sei benvenuto!”

Possiamo vedere che sebbene la Verità Assoluta sia atmarama, soddisfatto in Sé stesso, l’incarnazione stessa di ogni emozione d’amore e non abbia bisogno di nulla, Egli prova il dolore della separazione nel vedere uno qualunque dei Suoi figli soffrire nella dimenticanza della Sua persona.

Questa è la perfezione dell’amore. Per quanto piccoli ed insignificanti ci possiamo sentire, Krishna sente la lontananza da noi ma non interferirà mai con il nostro libero arbitrio, perché l’amore non può essere imposto o forzato. Per soddisfarci davvero e in modo completo l’amore deve essere una libera e autonoma espressione della nostra volontà. Hare Krishna.

Radhanath Swami

“Cosa vuole insegnarci il karma? Impariamo dai nostri errori”

Appunti dalla conferenza di Niranjana Swami al Centro Vaikuntha, 26 Maggio 2012

 

Spesso le conseguenze degli errori sono più importanti dell’errore stesso e il loro effetto dura molto più a lungo.
E’ importante pensare agli obiettivi della nostra vita.
Gli obiettivi nascono dai desideri perchè la natura di ogni essere vivente è di trovare piacere.
Nel Kali Yuga le persone non ammettono nemmeno di commettere errori!
La tendenza è di accusare gli altri per le conseguenze dei nostri errori.
L’essere vivente è fatto per poter discernere ciò che è buono da ciò che non lo è.
Lo scopo della vita non può essere solo quello di evitare la sofferenza!
Esistono 3 tipi di felicità:
– godimento dei sensi
– cessazione della sofferenza
– gratificazione dell’anima
Per realizzare l’ultimo punto occorre:
– sapere chi sono
– qual’è la mia vera identità
– qual è lo scopo della mia vita
La felicità non riguarda solo il corpo, ci sono necessità per la vita e necessità per l’anima.
Lo scopo della vita umana è scoprire qual’è la mia connessione con il Supremo.
Perchè la mia intelligenza deve essere messa al servizio di ciò che è temporaneo? Anche il Sè è fatto per sperimentare la felicità!
La società è basata su un errore che annulla la possibilità di essere veramente felici: “io sono il corpo”.
Questa base può creare solo un avanzamento materiale: si può avere tutto, ma non la felicità!
L’anima resta insoddisfatta dal piacere materiale.
La Bhagavad Gita dice che chi non conosce la propria connessione con il Supremo non può avere intelligenza trascendentale e controllo della mente, e senza controllare la mente non si può avere pace.
Possiamo tenere ciò che abbiamo (casa, famiglia, lavoro…) ma vedendolo in connessione col Supremo. Se ci sentiamo connessi al Supremo vedremo ogni altra cosa e ogni altro essere vivente in connessione al Supremo.
E’ richiesto un cambiamento di coscienza, ed è questa coscienza che continuerà a vivere dopo questa vita.
Dovremmo regolare la nostra vita, questo ci farà provare un piacere superiore. Più indugiamo nei piaceri materiali e più soffriamo! I piaceri materiali portano a volerne di più e alla totale dipendenza dalla materia.
Quando invece si soddisfa l’anima, la riduzione di tutto questo avviene da sè.
Quando si vive in armonia con le leggi dell’Universo si impara ad evitare di commettere errori che portano conseguenze.
Nella rinuncia, quando l’anima è felice, ci si accorge di non aver abbandonato niente di indispensabile in realtà!
Si capisce di poter essere felici con ciò che si ha. Vivere con più di ciò di cui si ha bisogno significa vivere nell’illusione.
Occorre imparare ad ESSERE FELICI CON CIO’ DI CUI SI HA BISOGNO E NON CON CIO’ CHE SI VUOLE!
Come si possono aiutare le persone ad uscire dall’attitudine autoreferenziale, dall’egoismo e dall’egocentrismo tipici di questo tempo? Essendo un esempio! Krsna stesso è venuto come Caitanya Mahaprabhu per dare l’esempio su come essere un perfetto devoto!
Quando le persone vedono l’esempio e la felicità che deriva dalla connessione con il Supremo, automaticamente si diventa un’autorità. Occorre quindi essere un’autorità attraverso l’esempio, mente nel Kali Yuga le persone dicono di essere una cosa, mentre in realtà sono altro…
Il Signore è venuto per rompere questa ipocrisia.

(Lucia)

Cosa lo yoga ti può dare

Lo Yoga Journal, sezione Russia, intervista a Mosca Radhanath swami. Il giornalista menziona il fatto che in occidente si pensi che lo yoga sia solo di carattere fisico tralasciando l’aspetto spirituale.

Segue la risposta di Radhanath maharaj:

“C’è un verso nella Bhagavad-gita: ‘ye yatha mam prapadyante tams tathaiva bhajamy aham’, che significa: ‘nel modo in cui approcciamo il Signore, il Signore reciproca in accordo’. Così in accordo con quello che vogliamo possiamo limitare noi stessi a quello che otterremo. Allo stesso modo, nei Veda, il principio dello yoga include ogni aspetto della vita.  L’idea è che abbiamo un corpo, una mente e un’atma, una forza vitale. Yoga significa armonizzare questi tre aspetti perfettamente, così che i nostro corpo e la nosta mente siano in armonia con la nostra forza vitale. Ci sono aspetti dello yoga per ottenere buona salute e forma fisica. Se questo è tutto ciò che vuoi allora sarà quello che otterrai. Se vuoi salute, forma fisica e in più pace della mente, se pratichi opportunamente allora questo sarà quello che otterrai. Ma se cerchi realmente l’aspetto spirituale dello yoga, che è in verità il reale fine dello yoga, cioè di riunire il corpo e la mente per essere in armonia con la forza vitale, l’anima, allora questo sarà quello che otterrai.”

“L’anima è sat, cid, ananda – eterna, piena di conoscenza e piena di beatitudine. Il vero fine dello yoga, come è presentato dai grandi maestri di yoga dei tempi antichi, è connetterci con la nostra natura eternamente beata. Pantajali, uno dei grandi fondatori della tradizione yoga, insegnava, ‘Ishvarapranidhana’, l’abbandono a Ishvara, una concezione molto personale di Dio – Dio inteso come causa di tutte le cause, sorgente di ogni cosa, sorgente dell’amore e della bellezza –. Questo abbandono verso Ishvara è la perfezione del samadhi. Così yoga significa realizzare la nostra eterna natura con Isvara, con il Supremo, e comprendere ahimsa (la non-violenza), il principio dello yoga contenuto nei yama e niyama. Ahimsa significa che noi capiamo la sorgente divina. Possiamo capire che ogni entità vivente ha questa stessa divina sorgente e che ogni essere è parte di Ishwara. Perciò dovremo onorare e rispettare e non causare violenza verso nessuna entità vivente”

“Così, in realtà, se vuoi un corpo sano, lo yoga è uno dei processi migliori e più completi per avere un corpo sano e in forma. Se vuoi pace della mente all’interno allo stress di questo mondo di sfide, lo yoga ha uno dei sistemi più scientifici per dare pace e stabilità, liberandoci dallo stress.  Ma il reale fine di tutte queste cose è farci strumenti d’amore e pace, e di connetterci alla nostra atma, la nostra forza indistruttibile. Perchè, alla fine, per quanto in forma il nostro corpo possa essere e per quanto sia pacificata la nostra mente, se il nostro corpo muore, lo yoga ci può portare al di là di nascita e morte, alla nostra natura eterna. Questa è la bellezza e la gloria del sistema dello yoga. Ci può portare a quel punto. Nel sesto capitolo della Bhagavad-gita, che descrive il sistema dell’Ashtanga Yoga, Krsna conclude: ‘yoginam api sarvesam mad-gatenantar-atmana”. Di tutti gli yogi, colui che serve il Supremo Signore con amore e devozione, con profonda fede e realizzazione, è il piu intimemente unito a Lui nello yoga ed è il più elevato. Così questa opportunità è qui: essere uno strumento delle benedizioni di Dio o Krsna e davvero portare un cambiamento al mondo.”

(tratto da http://www.radhanathswami.com/)

Strano a dirsi: Molto meglio atei che religiosi fideisti fanatici!

Coloro che si definiscono atei, spesso – per esperienza personale – hanno dentro di sé intatto il seme della ricerca o addirittura coltivano, a loro modo, la loro coscienza nutrendola con una buona morale, una via etica, un senso di giustizia. Anche se dicono che non credono in Dio, agiscono come se qualcuno li stia osservando, come se percepissero il Dharma, la legge etico-universale. Questa è una buona base per iniziare un cammino mistico. Un sincero e personale cammino di ricerca, che in seno implica il desiderio di una scoperta – e non la muta accettazione.

Ma il religioso fideistico fanatico(RFF), incappa in tre principali incomprensioni.

Da una parte confonde la conoscenza dei dogmi e delle regole del suo cammino con le pure e sincere realizzazioni. Ma sapere col cervello non significa aver realizzato. E realizzare significa penetrare l’essenza dell’insegnamento e comprenderne l’universalità. La realizzazione illumina e crea unione. L’ignoranza divide, crea muri e ostacoli.

Il RFF purtroppo urla più forte dei ricercatori spirituali. Predica il suo dogma a voce alta e secondo schemi prefissati. Ma queste urla non servono tanto a farsi sentire, ma servono a lui stesso, per non sentire i propri dubbi. Dubbi che il proprio intelletto recrimina, dogmi e accettazioni nozionistiche di cui il cervello richiede spiegazione. Il RFF attira altri simili, perchè altre persone dotate di più fine senno ne stanno piuttosto alla larga. Il RFF quando convince qualcuno delle ‘sue’ idee sente in sé aumentare la fede, quando qualcuno non accetta ciò che lui ha accettato sente che sua fede prende degli scossoni. Perchè in una parte nascosta del suo cuore c’è un dubbio crescente che invece di essere curato, viene ignorato. Il sincero spiritualista è contento nel vedere una persona che avanza nel cammino spirituale ed è triste se un’altra invece momentaneamente retrocede, ma in questa sentire la propria fede ne cresce ne diminuisce. Perchè è stata costruita sulla ragione, sul discernimento e su tante piccole e preziose realizzazioni.
La seconda incomprensione, secondo quanto detto, è credere che l’accettazione – più o meno cieca o, un gradino più in alto, più o meno esclusivamente nozionistica – equivalga ad avere fede.

La terza incomprensione è credere che escludere la possibilità che esistano altri cammini, rispetto al suo, che siano altrettanto validi sia sinonimo di integrità dei propri valori religiosi. Il RFF crede che solo il suo cammino sia quello giusto – quindi di conseguenza lui è dalla parte del bene – e che tutto il resto della popolazione mondiale che non abbraccia il suo stesso credo ( e a volte anche quelli che, pur abbracciandolo, si discostano da una visione fideistica e fanatica) sono nell’illusione totale. Il RFF è un ‘politeista’ mascherato da monoteista. Crede che solo il ‘suo’ Dio sia il vero Dio e che tutti gli altri ‘Dio’ che le altre filosofie contemplano siano falsi dei o addirittura manifestazioni del male. Nei dialoghi interreligiosi fa discorsi del tipo: “il mio Dio dice…. cosa dice il tuo Dio?”.
Il mistico sa che la Realtà Assoluta è una solamente. Questa si manifesta, con un atto di amorevole compassione, in differenti vesti, con differenti linguaggi, in differenti periodi storici, solo al fine di essere più facilmente compresa da tutte le genti. La vera integrità spirituale sta nel capire qual’è l’essenza del proprio cammino (e tutti i saggi concludono che l’essenza è un qualcosa che accomuna tutti gli esseri – che dire di tutte le religioni?! – nella profondità nel cuore, e non qualcosa che crea distinzioni e conflitti sulla base di fattori esteriori e di superfice come sesso, cultura, lingua, rituali, credo, …).

Per concludere scriverò qualcosa che è inaccettabile per alcuni.  L’essenza del Vangelo, del Corano, della Bhagavad-gita, l’essenza di ogni serio cammino spirituale può essere riassunta in due semplici-a-dirsi punti. Due punti che contemplano la presenza e la soddisfazione dell’Amore. La ricerca dell’Amore per Dio, alla scoperta della sua bellezza e del suo fascino. E l’Amore rivolto verso tutti gli esseri viventi sotto forma di comprensione e compassione.

Perchè non vedersi, allora, da una prospettiva più ampia e profonda.

Perchè non iniziamo a vederci, a dialogare e ad apprezzarci così come siamo: come pellegrini in cammino in questa vita, alla ricerca di questi due tesori?

(Pierpaolo Marras)

Diritti Riservati

“Anima mia, dove sei?” (Carl Gustav Jung)

“Anima mia, dove sei? Mi senti? Io parlo, ti chiamo… Ci sei? Sono tornato, sono di nuovo qui. ho scosso dai miei calzari la polvere di ogni paese e sono venuto da te, sono a te vicino; dopo lunghi anni di lunghe peregrinazioni sono ritornato da te. Vuoi che ti racconti tutto ciò che ho visto, vissuto, assorbito in me? Oppure non vuoi sentire nulla di tutto il rumore della vita e del mondo? Ma una cosa devi sapere: una cosa ho imparato, ossia che questa vita va vissuta. Questa vita è la via, la via a lungo cercata verso ciò che è inconoscibile e che noi chiamiamo divino. Non c´è altra via. Ogni altra strada è sbagliata. Ho trovato la via giusta, mi ha condotto a te, anima mia. Ritorno temprato e purificato. Mi conosci ancora? Quanto a lungo è durata la separazione! Tutto è così mutato. E come ti ho trovata? Com´è stato bizzarro il mio viaggio! Che parole dovrei usare per descrivere per quali tortuosi sentieri una buona stella mi ha guidato fino a te? Dammi la mano, anima mia quasi dimenticata. Che immensa gioia rivederti, o anima per tanto tempo disconosciuta! La vita mi ha riportato a te. Diciamo grazie alla vita perché ho vissuto, per tutte le ore serene e per quelle tristi, per ogni gioia e ogni dolore. Anima mia, il mio viaggio deve proseguire insieme a te. Con te voglio andare ed elevarmi alla mia solitudine». Questo mi costrinse a dire lo spirito del profondo e al tempo stesso a viverlo contro la mia stessa volontà, perché non me l´aspettavo. In quel periodo ero ancora totalmente prigioniero dello spirito di questo tempo e nutrivo altri pensieri riguardo all´anima umana. Pensavo e parlavo molto dell´anima, conoscevo tante parole dotte in proposito, l´avevo giudicata e resa oggetto della scienza. Credevo che la mia anima potesse essere l´oggetto del mio giudizio e del mio sapere; il mio giudizio e il mio sapere sono invece proprio loro gli oggetti della mia anima. Perciò lo spirito del profondo mi costrinse a parlare all´anima mia, a rivolgermi a lei come a una creatura vivente, dotata di esistenza propria. Dovevo acquistare consapevolezza di aver perduto la mia anima. Da ciò impariamo in che modo lo spirito del profondo consideri l´anima: la vede come una creatura vivente, dotata di una propria esistenza, e con ciò contraddice lo spirito di questo tempo, per il quale l´anima è una cosa dipendente dall´uomo, che si può giudicare e classificare e di cui possiamo afferrare i confini. Ho dovuto capire che ciò che prima consideravo la mia anima, non era affatto la mia anima, bensì un´inerte costruzione dottrinale. Ho dovuto quindi parlare all´anima come se fosse qualcosa di distante e ignoto, che non esisteva grazie a me, ma grazie alla quale io stesso esistevo. Giunge al luogo dell´anima chi distoglie il proprio desiderio dalle cose esteriori. Se non la trova, viene sopraffatto dall´orrore del vuoto. E, agitando più volte il suo flagello, l´angoscia lo spronerà a una ricerca disperata e a una cieca brama delle cose vacue di questo mondo. Diverrà folle per la sua insaziabile cupidigia e si allontanerà dalla sua anima, per non ritrovarla mai più. Correrà dietro a ogni cosa, se ne impadronirà, ma non ritroverà la sua anima, perché solo dentro di sé la potrebbe trovare. Essa si trovava certo nelle cose e negli uomini, tuttavia colui che è cieco coglie le cose e gli uomini, ma non la sua anima nelle cose e negli uomini. Nulla sa dell´anima sua. Come potrebbe distinguerla dagli uomini e dalle cose? La potrebbe trovare nel desiderio stesso, ma non negli oggetti del desiderio. Se lui fosse padrone del suo desiderio, e non fosse invece il suo desiderio a impadronirsi di lui, avrebbe toccato con mano la propria anima, perché il suo desiderio ne è immagine ed espressione. Se possediamo l´immagine di una cosa, possediamo la metà di quella cosa. L´immagine del mondo costituisce la metà del mondo. Chi possiede il mondo, ma non invece la sua immagine, possiede soltanto la metà del mondo, poiché l´anima sua è povera e indigente. La ricchezza dell´anima è fatta di immagini.”

( dal Libro Rosso di Carl Gustav Jung ora in uscita in Italia )

La deriva dell’astio

Ormai alla deriva dell’astio non ci facciamo più caso. Perché sempre più persone risultano essere caratterizzate da avversione verso gli altri, in generale verso il mondo. Esse nutrono livore, ostilità, odio, inimicizia, invidia, acredine, malevolenza, accanimento, voglia di vendetta. Verso chi? Eh, tutto questo avviene in risposta a offese, affronti o frustrazioni che esse ritengono di aver subito e che magari non hanno mai avuto luogo. In loro prospera un’avversione a lungo  prolissamente coltivata. Spesso poi, si tratta di un senso di vergogna che cova nell’inconscio e di cui il soggetto non è perfettamente consapevole. Ma l’interiorizzazione del senso di vergogna, con la visione svalutativa di se stessi, che essa provoca, può portare alla maturazione di forme occulte di odio nei confronti di coloro che sono ritenuti responsabili. Questa è la prima fondamentale corruzione del nostro comune sentire, del sentire di ciascuno di noi. Ecco che fra la percezione di sé e l’immagine dell’io si crea una frattura lacerante. Nell’inconscio collettivo si vanno a sommare tutte queste frustrazioni. Di esse risentiamo tutti noi che facciamo parte della stessa società. Se poi si aggiunge che la maggior parte delle persone si nutre di carne che è piena oltre che di prodotti chimici anche della psicosi negativa dovuta ai trattamenti in vita e al macello dati agli animali, non c’è da meravigliarsi se si vive in una continua tensione nei luoghi di lavoro e di attività comuni in genere. La maggior parte di chi lavora ritiene un fatto acquisito che i rapporti in azienda debbano essere di conflitto. Certo ”  ‘a guera è guera”   si dice nei ministeri e nei grandi conglomerati aziendali e si torna a casa la sera come usciti da un incubo. E i leaders stessi adottano il “divide et impera” che prima o poi porta l’azienda alla rovina.  Qualcuno cerca una “raccomandazione” che nel breve tempo si rivela rimedio pegiore del male: perché tutto si paga.

La speranza che tutto qusto cambi risiede nei giovannissimi di oggi che spesso non aspirano a posizioni di rilevo e vogliono dare un senso sensato alla loro vita.

(Giovanni D. Canepa)

Diritti Riservati

Il “Mind wandering”

La metà del tempo passato da svegli la viviamo pensando ad altro invece che all’attività che stiamo svolgendo. Si tratta del “mind wandering” il divagare della mente ben noto a chi vuole meditare. Matthew Killingsworth e Daniel Gilbert  dell’Università di Harvard hanno portato a termine uno studio su queste attività incontrollate ma anche controllabili. In “A Wandering Mind Is an Unhappy Mind” ci dicono che “A differenza degli altri esseri, l’uomo trascorre gran parte del tempo pensando a cose che non accadono attorno a lui, contemplando o eventi del passato, o possibili nel futuro o che non avverranno per niente”.

La divagazione, secondo i ricercatori, è il modo operativo dominante del cervello, quello che si instaura in automatico quando proprio non siamo costretti a impegnarci. Da distratti trascorriamo il 46,9 per cento delle nostre giornate e c’è una sola attività in cui scendiamo al di sotto del 30 per cento: quella sessuale. Lavoro, computer, televisione e conversazione sono gli sfondi ideali per la divagazione. Fare sport, giocare, ascoltare la radio, prendersi cura del proprio corpo o dei figli sono al contrario compiti che mantengono la mente relativamente aderente alla realtà.

“In questo non c’è nulla di strano. Il mind wandering è tanto diffuso perché fermare il pensiero è impossibile. Il cervello umano è fatto per lavorare senza posa”, spiega Maria Brandimonte, autrice per Il Mulino del libro “La distrazione” e docente di psicologia dei processi cognitivi all’università Suor Orsola Benincasa di Napoli. “Più è impegnativo il compito che svolgiamo, più la nostra mente incontrerà spunti interessanti da inseguire, strade alternative da percorrere. La concentrazione resta più alta nelle attività che ci coinvolgono emotivamente, come quella sessuale”.
Per seguire il corso dei pensieri dei loro 2.250 volontari, gli psicologi di Harvard hanno usato uno strumento del tutto nuovo per la loro disciplina: l’iPhone, con un’applicazione messa a punto apposta per loro. Durante la giornata, i soggetti studiati dovevano ripetutamente comunicare via web l’attività che stavano svolgendo e confessare quanto fossero distratti. Spesso (42,5 per cento dei casi), la mente era attratta da divagazioni piacevoli. Nel 26,5 per cento dei casi la distrazione riguardava pensieri sgradevoli e nel 31 per cento dei casi l’immaginazione era neutra.

Nel complesso, il non riuscire a concentrarsi provocava senso di frustrazione, tanto che i due ricercatori hanno intitolato il loro articolo “Una mente che divaga è una mente triste”. Sarà questo il motivo, suggeriscono gli autori, per cui “molte filosofie e religioni insegnano che la felicità consiste nel vivere il presente, addestrando i praticanti a concentrarsi, a restare ‘qui e ora’ e resistere alle distrazioni”.

In effetti, un’altra attività oltre al fare l’amore si è rivelata impermeabile ai pensieri sporadici: la preghiera unita alla meditazione.

(Giovanni D. Canepa)

Diritti Riservati

Per donare, perdonare

Perdonare come efficace terapia. Dice: “Ma io ho perdonato tutti”. Non è vero e lui non lo sa. Intanto non ha mai perdonato sé stesso per comportamenti avuti in passato, dei quali non è più consapevole ma le cui conseguenze karmiche lavorano sempre sotto traccia. Comportamenti tenuti da non consapevole e ricordi non consapevoli. Si pensa che perdonare riguardi soltanto eventi macroscopici che ci hanno riguardato e le eventuali offese clamorose. Ma perdonare per chi si vuole donare agli altri, a sé e al Divino è accettare. Non l’accettare con l’accetta. Non l’accettare del subire.  Ma l’accettare attivo. Quante cose non accettiamo pensando che ciò sia un fatto fisiologico. Non accettiamo personalità, modalità, modi di essere… diversi dai nostri rigidi modelli orami cristallizzati. E tutte quelle modalità che negli altri non accettiamo sono le parti di noi stessi che non accettiamo. In particolare per chi  a lungo ha vissuto in una illusione appiattita di essere in pace con sé stesso e con gli altri, per chi ha molti anni anagrafici, caratterizzati da questo oblio di sé, è quasi inimmaginabile pensare che esista il perdonare. Non per mancanza di volontà, ma perché l’operazione gli risulta non decifrabile. Inconcepibile secondo lui perché si perdona un assassino, un delinquente, ma non i comportamenti che caratterizzano la nostra vita misera strisciante e che con la loro negativa chiusura ci fanno diventare incapaci di contattare il nostro vero sé. Imparare a perdonare è la strada della sanatoria dei nostri conflitti interiori, l’assunzione liberatoria di responsabilità, la cancellazione delle colpe attribuite agli altri. Diciamo che perdonare è un modo molto yogico di amare, molto ricongiungente, pieno di speranza e di gioia.  Che ci ricollega alla matrice divina. E’ perdono totale. Fine delle piccole guerre, delle prevenzioni e dei pre-giudizi. Significa veramente volersi bene e poi portare sé stessi nell’altro. Con braccia sempre aperte per accogliere quei tesori che l’Universo ci manda purificati dal perdono. Che è delitto non accoglierli.

Ma tutto questo che Tu leggi non è mia scienza. Una mia vera amica oggi mi ha fatto un trattamento approfondito che io qui sopra indegnamente ho cercato di esprimere. Perché mi ha fatto finalmente capire in chiave perdono tanti insegnamenti che avevo ascoltato e mai compreso. Alla luce del perdono e magari della rinuncia alla critica ho visto me e il mondo con una grande luce. Ho sentito la capacità di godere del mio meditare e di lavorare per me e per gli altri. In congiunzione felice, artefice del mio destino. Ti offro queste righe con l’amore che dobbiamo portare alla vita.

(Giovanni David Canepa)

Per gentile concessione di Orizzonti Vedici. Copywright 2010

Ferro in Oro…

Il senso di possesso non si estirpa, si trasforma. Ricordiamoci l’alchimia: vogliamo trasformare il ferro in oro.  Così il desiderio di possesso si può trasformare in Amore. E quando l’Amore prende piede il desiderio di possesso piano piano si dissolve.
Per far questo è necessario fare un po’ di pulizia mentale e allenarsi al distacco. Dividiamo il problema della possessività in due parti, a seconda dell’oggeto del nostro attaccamento.

  • Se sono oggetti quelli che ci assediano il campo psichico, possiamo meditare sul fatto che essi, in realtà, non sono indispensabili. Per vivere abbiamo bigogno di molto meno e che la felicità non dipende dall’esterno.
    Ci siamo riempiti di una quantità innumerevole di “necessità non necessarie”. Non stupiamoci che esistano persone che vengono pagate per creare necessità nella massa – o in gruppi di mercato – tutto ciò serve per generare innaturali dinamiche di dipendenza da un prodotto. Prima viene creata la necessità, poi il prodotto viene venduto. Noi, con lo Yoga, cerchiamo di fare il contrario, di percorrere il processo inverso: neutralizziamo quella necessità di avere, di avere e di avere. Perchè essa è forzatamente indotta, e la sua intrinseca innaturalità non ci porterà mai a soddisfarci profondamente, ma a distrarci da obiettivi più alti.  Se compiamo bene quest’atto di ecologia interiore,  ci renderemo conto di come quelle necessità fossero effettivamente “non necessarie”.
    Proviamo a meditare sull’atto di donare l’oggetto del nostro attaccamento ad un altra persona e di vederla sorridere sorpresa. Confrontiamo attivavamente la felicità che proviamo nel dare con quella che avremo nel tenere. Non è la seconda più pulita, salubre e luminosa?
  • Se è una persona che desideriamo ardentemente, dobbiamo accorgerci che nessuno ci appartiene e mai potrà appartenerci. Ogni incontro che facciamo nella scuola dell’Amore ci dovrebbe servire come allenamento per scambiare amore. Ovvero imparare a dare e ricevere nel modo più pulito, libero dai pregiudizi e dall’attaccemento morboso e psico-dipendente. Dovremo essere grati di questa possibilità e non generare morboso attaccamento.
    Se pensiamo alla persona come un corpo o come un insieme di pensieri contenuti all’interno di un corpo, non stiamo pensando alla persona così com’è realmente, ma alle sue caratteristiche passeggere e superficiali. O peggio stiamo interagendo con le nostre proiezioni psichiche su di essa.
    Se vogliamo amare profondamente qualcuno dovremo permettergli di fare le sue esperienze, di crescere, anche se questo lo allontanasse da noi.
    Dobbiamo sempre pensare quale sia il bene dell’individuo. Amore significa desiderare il bene altrui al di là del nostro interesse, altrimenti saremo di parte.  Amare non significa sfruttare l’altro, ne essere sfruttati. Perciò dovremo scovare a fondo, nel nostro cuore, la nostra motivazione relazionale e monitorare attentamente se ci sono secondi fini, in modo da poter correggere il nostro modo d’agire.
    L’amore è desiderare il bene dell’altro INCONDIZIONATAMENTE. L’Amore non è un mercanteggiare d’interessi, un contratto  con scadenza, un patto di validità fintantoche è presente un reciproco scambio di piaceri, siano essi fisici o mentali.  Per metterci nella prospettiva dell’Amore dovemo desiderare il bene dell’altro anche se andasse controcorrente al nostro ego. Solo ed esclusivamente il bene dell’altro. Questo è Amore.
    Dovremo però ben specificare cos’è il bene altrui che dovremo ardentemente desiderare. Un bene che dovremo sia salvaguardare dal nostro egoismo sia valorizzare con una atto di comprensione e apprezzamento. Capiamo che non è un bene legato alla pancia, alle gambe, agli occhi o alla mente. Abbiamo inteso che stiamo parlando in un ottica di evoluzione spirituale. Se vogliamo portare amore dobbiamo portare luce, e la luce viene dal cuore. Più il cuore è pulito, purificato e fresco di virtù, e  più esso illumina.

Il lavoro inizia da noi, ricordiamolo sempre. Urge cambiare il nostro cuore, renderlo limpido e fresco come l’acqua. L’alchimia del ferro in oro.

(Gopinath das)

Diritti Riservati

Si cercare…

Al contrario di quello che l’uomo della strada possa pensare, la filosofia non è costituita da una attività speculativa da salotto. Oggi essa copre un vasto spazio della scienza estendendosi dalle Neuroscienze alla Teologia. Invece il difetto della scienza occidentale impostata cartesianamente, è sempre stato ed è quello di gestire separatamente le varie branche di una scienza. Al contrario le Scuole dell’India Classica hanno sempre teso a racchiudere in un unico alveo tutto il sapere impostandolo olisticamente.

I Veda ci insegnano che tutto quello che noi percepiamo e che sentiamo si registra nel nostro inconscio e determina, di volta in volta, le caratteristiche della nostra personalità. Per fare un banale esempio molto attuale, pensiamo che l’esposizione intensiva del corpo femminile nelle normali trasmissioni televisive, che non ci scandalizza, costituisca una banalizzazione del vivere e abbia conseguenze ritardate sull’immaginario degli spettatori. Per non parlare qui degli effetti sull’eleganza dei comportamenti sociali.

Per i Veda la religione racchiude tante scienze in quanto essa rappresenta l’attività dell’uomo che deve condurlo, o meglio ri-condurlo (religione = re-ligere // Yoga –yug ricollegare) alla scoperta del suo Vero Sé. Vero Sé che esiste da sempre e per sempre. Il fatto è che con la nascita il sé è entrato nella materia ( questo è infatti il venire al mondo), nel corpo, e lui naturalmente crede che il Mondo Materiale che esperimenta e percepisce sia la Realtà Ultima.

Una volta che l’essere umano si renderà conto progressivamente acquisirà la percezione del Mondo Spirituale, paradossalmente non si allontanerà dal Mondo Materiale che aveva dalla nascita conosciuto, ma anzi lo gusterà in modo equanime come strumento di percezione di quello Reale.

È inverno, la stagione nella quale ci avviciniamo ai Mondi più interiori, più spirituali, meno tangibili. Nella stagione invernale dobbiamo considerare il freddo come stimolo a cercare dentro di noi il calore, il sole quale archetipo della vita. Dobbiamo comprendere che le malattie invernali cercano di comunicarci che dentro di noi non c’è ancora il sole. Quel calore tipico di chi sa cercare e ottenere la Liberazione senza, peraltro, rinunciare a vivere una felice Vita Materiale. Liberazione dalle passioni, dalla bramosia, dalle dipendenze, dalla paura e dall’egoismo. Quindi dalla morte.

L’uomo avveduto di oggi lavora soprattutto nell’ambito della memoria dimenticata dalla globalizzazione dove la rapidità della trasformazione è proporzionale all’oblio. Per godere del totale bisogna saper assaporare soprattutto il particolare, solo così ognuno può maturare i propri anticorpi. L’identità, in una società attraversata, anzi massacrata dalla globalizzazione, non può che passare attraverso l’appartenenza al territorio, e alle sue tradizioni. La maggior forza che ha l’Europa rispetto alle potenze che determinano maggiormente la globalizzazione del Mondo come America e Cina, risiede nel cospicuo retaggio storico che è costituito dalla ricchezza ereditata dal Rinascimento che è appunto il patrimonio fondante dell’Europa di oggi, più dello sbandierato Cristianesimo. Cristianesimo che, si badi bene, modella comunque di sé il Rinascimento.

Noi siamo tutti un po’ costruttori della nostra società e come tali dobbiamo prender coscienza del ricco retaggio di un passato di Europa concepita come un tutto unicum. Poi si dovrebbe compiere un passo successivo. Per sopravvivere nella globalizzazione, autonomamente e creativamente ricchi, ritrovare valori laici eterni che si fondano sulla spiritualità e che sono convalidati oggi dalle scoperte della Fisica Quantistica. Chi, come noi, gode di un background culturale così ricco, se tanto tanto riesce a svincolarsi dall’influsso del Materialismo Occidentale che la fa da padrone, può abbeverarsi a Patrimoni Millenari essenziali per la conoscenza di sé.

(Giovanni David Canepa)

Diritti Riservati

Il Kirtan Yoga è l’esercizio dello spirito

L’esercizio è una pratica che mantiene attivi e solidifica. Ci sono esercizi fisici che tonificano il corpo, come la corsa o il nuoto, oppure ci sono esercizi come la scrittura che rendono fluido lo scorrere delle parole che mettiamo per iscritto. Ci sono perfino esercizi di ascolto della musica per allenare l’orecchio a riconoscere l’architettura di un brano.
Il kirtan yoga può essere considerato un esercizio per mente e spirito. Spesso nella turbinio della vita quotidiana non riusciamo a connettere la nostra mente con le emozioni che proviamo. Questa è la ragione per cui ci risulta difficile in alcuni momenti trovare le parole o le metafore che meglio descrivono il nostro stato d’animo. In altri momenti invece, quelli in cui solitamente ci sentiamo più “ispirati”, ci sembra di capire un fenomeno in profondità e sentiamo di esaurire il significato che esso esprime. In effetti in quei momenti stabiliamo una connessione effettiva con ciò che sentiamo. Ma non c’è un fondo stabilito, un limite in cui possiamo con certezza affermare di aver colto un fenomeno nel suo aspetto più completo. Quello che dunque riusciamo a cogliere e successivamente esprimere è relativo, e direttamente proporzionale, al nostro livello di coscienza: più siamo centrati nella nostra essenza bio-psicico-spirituale (perché queste sono le componenti dell’essere umano), più siamo in grado di percepire in profondità quello che accade intorno a noi e dentro di noi. Del resto, è una ricerca pressoché infinita, in quanto non c’è limite ad essa.
Tuttavia è possibile penetrare sempre più in profondità quello che accade dentro di noi. E’ detto infatti negli antichi testi filosofico-sapienziali dell’India classica che esistono tre livelli di percezione di un fenomeno: adibhautica, adidevica e adiatmica. Rispettivamente il piano degli elementi fisici – con tutto l’insieme delle sue categorie -, il piano celeste, e infine il piano spirituale.
Per accedere al livello più profondo, o quantomeno avvicinarsi ad esso, è necessario anche lì una sorta di esercizio. Ecco che i mantra hanno, tra gli altri, anche questo preciso scopo: quello di fare una sorta di “screening”, o di indagine, alle nostre emozioni. Attraverso il mantra, specie quello di gruppo, il soggetto ha a che fare più che altro con se stesso, non tanto con ciò lo circonda.
Il kirtan è una pratica antica che ha permesso a generazioni di ricercatori di compiere le loro indagini sul fenomeno e sul noumeno, per dirlo in termini platonici, cioè uello che si manifesta davanti ai nostri occhi e ciò che sta dietro, che spesso muove, sostiene e dà substrato a ciò che è manifestato.
E yoga indica quella connessione. Il termine stesso significa “congiungere”. Dunque kirtan e yoga insieme possono permettere un esercizio spirituale che si esplicherà poi nella profondità in cui realizzeremo ciò che teniamo dentro.

(Tiziano “Tulasi das” Fusella)

Diritti Riservati